di Federica Cannas

Il 12 maggio 2026, Plaza de Mayo si è riempita ancora una volta. Bandiere, cartelli scritti a mano, cori che rimbalzavano tra i palazzi del centro di Buenos Aires: “Milei, cumplí la ley”. Era la quarta Marcha Federal Universitaria dall’inizio del governo Javier Milei, e secondo gli organizzatori ha portato in strada un milione e mezzo di persone in tutto il paese.

Non si trattava di una protesta estemporanea. Dietro la mobilitazione c’è una disputa istituzionale che dura da mesi, e che ormai coinvolge tutti e tre i poteri dello Stato.

Una legge approvata, mai applicata

Al centro di tutto c’è la Legge 27.795 di Finanziamento Universitario. Il Congresso l’ha approvata nell’agosto del 2025, Milei l’ha vetata, il Congresso ha respinto il veto in due occasioni consecutive. Nonostante questo, il governo non ne ha mai avviato l’applicazione. La causa è approdata alla Corte Suprema, che le università hanno formalmente invitato ad “accompagnarle” e a non permettere che l’Esecutivo continui a ignorare la norma.

La risposta della Casa Rosada è rimasta invariata. La ministra Sandra Pettovello e il sottosegretario per le Politiche Universitarie Alejandro Álvarez hanno definito la marcia “completamente politica”, dichiarando che l’unica legge che intendono rispettare è quella di bilancio. L’Esecutivo sostiene inoltre che la norma non individua le fonti di finanziamento e che la sua applicazione comprometterebbe la stabilità macroeconomica del paese.

A rendere la situazione più concreta sono i dati. Tra il 2023 e il 2026, i trasferimenti statali alle università sono calati del 45,6% in termini reali. I salari di docenti e non docenti hanno perso circa il 50% del potere d’acquisto dall’inizio della gestione di La Libertad Avanza, una perdita equivalente a otto stipendi interi. Il 70% di chi insegna o lavora nelle università pubbliche argentine guadagna oggi al di sotto della soglia di povertà. Le borse del programma Progresar sono congelate da due anni al valore di dicembre 2023: 35.000 pesos. La spesa universitaria reale ha toccato il livello più basso dal 2006.

“Siamo al punto storico più basso, lo 0,4% del PIL”, ha detto Franco Bartolacci, rettore dell’Universidad Nacional de Rosario e presidente del Consiglio Interuniversitario Nazionale. Il rettore della UBA, Ricardo Gelpi, è stato ancora più diretto: “Siamo in una situazione drammatica. Possiamo reggere ancora qualche mese, ma non ti posso parlare di anni.”

Il giorno stesso della marcia, il governo ha ufficializzato nel Boletín Oficial un nuovo taglio di quasi 110 miliardi di pesos a università, istruzione, scienza e tecnologia, colpendo borse di ricerca, infrastrutture, acquisti di libri e programmi di innovazione.

In Plaza de Mayo non c’erano solo studenti. Accanto alle colonne universitarie sfilavano sindacati, la CGT, organizzazioni popolari e famiglie. 

C’era Luciana, che studia Amministrazione ed è la prima della sua famiglia ad aver messo piede in un’università. C’era Florencia, 72 anni,

La marcia ha assunto anche una dimensione politica esplicita. Tra i dirigenti presenti in piazza c’era il governatore della provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof, che ha guidato una delle colonne e ha dichiarato che “la difesa dell’università pubblica non è solo una rivendicazione degli studenti e dei docenti, è una lotta di tutto il popolo argentino”. 

A margine della manifestazione è arrivato anche un gesto simbolico destinato a fare notizia. Passate le 19, l’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner, che sta scontando gli arresti domiciliari in seguito alla condanna nel caso Vialidad, si è affacciata al balcone del suo appartamento in calle San José 1111, nel quartiere di Constitución, per salutare le colonne di militanti, studenti e organizzazioni politiche che sfilavano sotto casa sua.  Fuochi d’artificio, bandiere de La Cámpora e cori di “Cristina libre” hanno accompagnato il momento, ripreso in numerosi video diffusi sui social. 

Il governo ha colto l’occasione per ribadire la propria lettura. Quella universitaria è una protesta politica, non accademica. Un’interpretazione che i rettori, i docenti e i trecentomila studenti scesi in piazza hanno respinto con la stessa fermezza con cui esigono il rispetto di una legge già approvata due volte dal Congresso.

Ciò che distingue questa quarta marcia dalle precedenti non è solo la partecipazione. È la consapevolezza, diffusa tra chi ha sfilato, che il deterioramento è ormai strutturale e cumulativo. Ogni mese che passa senza applicare la legge significa altri docenti che lasciano le università, altri laboratori che rallentano, altri studenti che rinunciano.

Plaza de Mayo si è svuotata nel tardo pomeriggio. La Corte Suprema deve ancora pronunciarsi. E il governo, per ora, non ha cambiato posizione.​​​​​​​​​​​​​​​​

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