di Federica Cannas

Ogni anno ritorna, puntuale, il rischio di celebrare senza capire. Di onorare la forma e tradire la sostanza. Il 25 aprile è una domanda scomoda che la storia ci ripropone e che esige una risposta onesta.

Nel 1945 la Resistenza aveva un volto che molti preferiscono dimenticare. Era plurale, composita, non riconducibile a un’unica bandiera. Uomini e donne diversissimi tra loro, accomunati dalla certezza che davanti alla dittatura non ci sono sfumature, non ci sono compromessi, non ci sono scuse. Nel Comitato di Liberazione Nazionale combattevano comunisti e liberali, cattolici e socialisti, azionisti e monarchici. Le Brigate Garibaldi, le Brigate Giustizia e Libertà, le Fiamme Verdi, i gruppi autonomi. Storie diverse, culture diverse, visioni del futuro diverse, unite dall’amore comune per la libertà. Quella pluralità non era un limite. Era la sua forza morale più profonda. La libertà si costruisce insieme, o non si costruisce affatto.

Ecco perché il 25 aprile non appartiene a nessuna parte politica e non può diventare terreno di contesa. È la data in cui l’Italia ha scelto da che parte stare. E quella scelta ci vincola ancora.

Ma celebrare non basta, se non sappiamo guardare il presente con gli stessi occhi.

Il mondo è attraversato da tensioni che conosciamo o dovremmo conoscere. Assistiamo al ritorno di una politica internazionale fondata sulla forza bruta, sull’intimidazione, sul disprezzo per le istituzioni multilaterali che, con tutti i loro limiti, rappresentano l’unico argine alla legge del più forte. L’amministrazione Trump ha scelto apertamente di smantellare gli accordi, isolare gli alleati, ridurre la diplomazia a transazione. È una visione del mondo in cui contano solo i potenti e gli altri si adeguano.

In questo scenario, il Sudamerica non è una periferia. È un laboratorio. È il luogo dove da decenni si sperimenta la resistenza a questo modello, con contraddizioni, sconfitte, cadute, ma anche con una vitalità democratica che l’Europa fatica persino a immaginare. Dal Cile di Allende, che pagò con la vita il tentativo di costruire un’alternativa, fino alle esperienze più recenti di riscatto popolare in Bolivia, Colombia, Brasile, il continente latinoamericano ci racconta che un’altra politica è possibile, che la sovranità dei popoli non è un’utopia, che il cambiamento si può volere e si può costruire.

Resistere oggi significa difendere il diritto internazionale come fondamento della convivenza tra i popoli. Significa credere nella diplomazia come forma più alta di intelligenza politica. Significa opporsi a ogni logica coloniale, a ogni sopraffazione, ovunque si manifesti, senza gerarchie nelle vittime, senza silenzi opportunisti.

E significa tenere viva la memoria con azioni concrete. Ricordare chi era Salvador Allende. Ricordare cosa fu la Resistenza. Ricordare che la libertà non è un patrimonio acquisito per sempre, ma una responsabilità che si rinnova ogni giorno.

Il 25 aprile è una domanda aperta, rivolta a ciascuno di noi. Da che parte stai?​​​​​​​​​​​​​​​​

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