di Federica Cannas
Spesso episodi apparentemente minori diventano la lente attraverso cui leggere qualcosa di più grande. Donald Trump, in una telefonata trasmessa in diretta su La7, ha raccontato che Giorgia Meloni lo avrebbe “implorato” di scattare una foto con lei al G7 di Evian, aggiungendo, con quella crudeltà bonaria che è il suo marchio di fabbrica, che “gli ha fatto pena”. La premier ha risposto con fermezza, definendo le dichiarazioni “totalmente inventate” e ricordando, con una frase che vale come un manifesto, che “io e l’Italia non imploriamo mai”. Tajani ha cancellato una missione diplomatica a Washington. La crisi è servita.
In questo contesto va registrata, con il rispetto che merita, la solidarietà espressa da Pedro Sanchez, premier spagnolo e leader di orientamento politico opposto a quello di Meloni. Sanchez ha preso le difese della presidente del Consiglio italiana senza esitazione, definendo le parole di Trump inaccettabili e ricordando che nessun leader alleato merita di essere trattato in questo modo. È un gesto che dice qualcosa di importante. Certi attacchi trascendono le divisioni ideologiche, perché non colpiscono una persona o un partito, colpiscono la dignità di un Paese e il principio elementare del rispetto reciproco tra nazioni alleate.
Perché è di questo che si tratta. Quello che Trump ha fatto non è una critica politica, non è una divergenza su un dossier diplomatico, non è nemmeno una di quelle ruvidezze che nel linguaggio dei potenti a volte passano per franchezza. È qualcosa di più basso, un’umiliazione pubblica costruita ad arte, diffusa su un canale mediatico, progettata per fare male. Giorgia Meloni non se lo merita come persona. Ma soprattutto non se lo merita l’Italia, che è una democrazia fondata, una potenza economica europea, un Paese con una storia e una cultura che nessun tweet e nessuna telefonata in diretta possono ridimensionare. Trattare il presidente del Consiglio italiano in questo modo significa trattare così quarantasei milioni di italiani. E questo, indipendentemente da ogni valutazione politica, è semplicemente inaccettabile.
Ma c’è qualcosa di più inquietante del fatto in sé. Che questa storia sia sembrata a molti, in Italia e fuori, perfettamente plausibile. E questa plausibilità è il vero problema da analizzare. È giusto evitare una trappola facile. Non si tratta di demonizzare Giorgia Meloni. La politica estera italiana vive difficoltà strutturali che precedono questo governo e che probabilmente sopravviveranno a chiunque siederà a Palazzo Chigi. Il punto non è chi sbaglia, ma cosa non funziona nel modello.
Detto questo, qualcosa non sta funzionando.
Giorgia Meloni aveva costruito con Trump un rapporto che sembrava solido e, per certi versi, strategicamente intelligente. Era stata l’unica leader di un grande Paese europeo a presenziare alla cerimonia di insediamento, aveva coltivato la prossimità ideologica, aveva evitato gli scontri frontali che hanno caratterizzato le relazioni di Parigi e Londra con Washington. Per un po’ aveva funzionato. Ma con Trump il rapporto personale è una cambiale. E quando è arrivato il momento di riscuoterla sul dossier Iran, sui contributi europei allo sforzo militare americano, la cambiale non è stata onorata nel modo atteso. Da quel momento, il tono è cambiato.
Trump non può essere trattato come un normale interlocutore diplomatico con cui si possono avere semplici incomprensioni. Quello che sta accadendo con la presidenza Trump è qualcosa di inedito e per certi versi inquietante nella storia delle relazioni occidentali. Un presidente degli Stati Uniti che umilia pubblicamente i leader alleati, che usa i canali mediatici per regolare i conti personali, che alterna lusinghe e insulti con la stessa disinvoltura con cui si cambia canale televisivo, non è semplicemente un interlocutore difficile,è un fattore di destabilizzazione sistemica. Lo ha fatto con Macron, con Starmer, con Merz e ora con Meloni. L’elenco è lungo e trasversale. Non risparmia alleati storici, non distingue tra amici e nemici, non segue la logica della reciprocità che da decenni regola le relazioni internazionali. Quel che è peggio, si dimostra sistematicamente più aggressivo con chi gli è fedele che con chi lo sfida apertamente. È un metodo, non un capriccio.
Proprio per questo l’Italia deve trarne una conclusione che finora sembra aver evitato. Non si può esistere con un unico allineamento. Un Paese come il nostro, con interessi nel Mediterraneo, legami con il mondo arabo, relazioni con l’Africa e una storia di politica estera multilaterale, non può permettersi di mettere tutte le uova in un solo paniere, per di più un paniere così instabile. La diversificazione degli assi diplomatici è buon senso. È quello che fanno i Paesi seri.
Qui viene il punto storico ed il paragone con il passato. Non è nostalgia, e non è nemmeno la convinzione che quella stagione fosse migliore in assoluto. È semplicemente che certi meccanismi della politica estera non cambiano, e confrontarsi con chi li ha padroneggiati può essere utile. Andreotti e Craxi, due leader profondamente diversi tra loro, capirono una cosa che oggi sembra dimenticata. Che l’autorevolezza internazionale non si costruisce con la vicinanza al più potente, ma con l’essere indispensabili. Andreotti sedeva ai tavoli che contavano non perché fosse il più entusiasta o il più allineato, ma perché rappresentava un’Italia che aveva peso specifico autonomo sul Mediterraneo, nel dialogo con il mondo arabo, nelle relazioni con l’Est europeo. Craxi, a Sigonella, rischiò uno strappo con Washington per affermare un principio di sovranità. Quella scelta gli costò politicamente, ma consegnò all’Italia una statura che nessuna foto di gruppo avrebbe potuto garantire.
Il modello attuale sembra invece puntare tutto sulla prossimità personale con il leader americano, senza una rete di posizioni autonome che la sorreggano. È una scommessa ad alto rischio con un interlocutore come Trump, che è per sua natura imprevedibile, e che come ha notato la stessa Meloni nella sua replica, si dimostra spesso più morbido con chi gli si oppone apertamente che con chi cerca di compiacerlo. È logica del negoziatore che testa i limiti di chi ha di fronte.
C’è poi la questione europea, che non può essere elusa. L’Europa, in questo momento, non esiste come soggetto politico coeso. I leader del continente si presentano davanti a Trump come un’accozzaglia di interessi nazionali mal coordinati, ognuno con la propria agenda, ognuno convinto di poter gestire il rapporto bilaterale meglio degli altri. Il risultato è che Trump può permettersi di trattare i singoli leader europei come interlocutori minori, proprio perché nessuno di loro parla davvero a nome di qualcosa di più grande. L’Italia, che per storia e posizione geografica potrebbe avere un ruolo da protagonista nella costruzione di una risposta europea più coesa, sembra invece aver scelto la via del rapporto privilegiato con Washington come alternativa all’Europa, invece che come leva per rafforzarla. È un errore di impostazione.
Trump resterà imprevedibile. Gli alleati scomodi esistono da sempre, e la storia della politica estera italiana è piena di momenti in cui Washington ha chiesto all’Italia più di quanto fosse disposta a dare. La differenza è che in passato l’Italia sapeva come sedersi al tavolo senza apparire bisognosa di approvazione. Sapeva costruire la propria utilità su più fronti contemporaneamente, in modo che nessun singolo alleato potesse permettersi di trattarla con sufficienza senza pagarne un prezzo.
Quella capacità si chiama autorevolezza. Non si eredita e non si negozia. Si costruisce con la coerenza, con la chiarezza degli interessi nazionali e con il coraggio, quando serve, di dire no. Anche agli alleati. Soprattutto agli alleati.

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