
di Federica Cannas
José “Pepe” Mujica non si è mai preoccupato di essere ricordato. Eppure la storia ha una sua ironia ostinata. Gli uomini che non cercano un riconoscimento sono spesso quelli che finiscono per meritarselo davvero. Il 19 marzo 2026, a São Bernardo do Campo, il Brasile gli ha reso un omaggio postumo che lui avrebbe probabilmente accolto con quella sua smorfia burbera, un po’ imbarazzato, un po’ commosso, e già pronto a cambiare discorso.
Nel cuore operaio dello Stato di San Paolo, la stessa terra che negli anni Settanta e Ottanta vide nascere il movimento sindacale da cui emerse il Partito dei Lavoratori di Lula, l’Università Federale dell’ABC ha consegnato a José Alberto “Pepe” Mujica Cordano il titolo di Dottor Honoris Causa, in memoriam. Pepe non c’è più dal 13 maggio 2025, quando si è spento a Montevideo all’età di 89 anni. Ma la sala del Centro di Formazione Permanente era piena, come se lui ci fosse ancora. Accanto alla vedova Lucía Topolansky, ex vicepresidente dell’Uruguay, ex guerrigliera tupamara, compagna di una vita intera di militanza, carcere, governo e terra coltivata insieme, c’era Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile. Un amico. Forse l’ultimo dei grandi amici che Pepe si è portato via con sé. Fu Mujica stesso, nel 2024, quando venne informato del titolo in preparazione, a esprimere il desiderio che fosse Lula a presenziare alla cerimonia. Un ultimo desiderio, accolto.
Lula si è commosso. Non ha cercato di nasconderlo. Nel suo discorso ha letto ad alta voce una lettera che Mujica gli scrisse nel 2023, in occasione del vertice dei presidenti sudamericani convocato a Brasilia. Una lettera lucida, visionaria, tutta rivolta all’integrazione del continente, con quella sua immagine delle montagne che reggono le cime e dei popoli che sorreggono i presidenti. Un Mujica che anche da lontano continuava a pensare in grande, per tutti. E poi, con quella voce roca e diretta che lo contraddistingue, Lula ha detto quello che pensava davvero: “Ho detto più volte che non si sceglie la madre, ci si nasce; non si sceglie il padre, ci si nasce; non si sceglie il fratello. Ma si scelgono i compagni. Non tutti i fratelli sono grandi compagni, ma ogni compagno è un grande fratello.” E ancora, rivolto alla sala: “Pepe Mujica non è morto, perché le idee che trasmetteva nel corso del tempo in cui l’ho conosciuto devono restare non solo per la gioventù dell’Uruguay, ma per la gioventù del mondo intero.” Sui suoi canali social, poche ore dopo, Lula ha scritto: “L’omaggio che rendiamo oggi, cara Lucía, è il riconoscimento che raramente in questo secolo abbiamo avuto persone con la grandezza di Pepe Mujica.” Vale la pena ricordare che Lula fu il primo a ricevere il dottorato honoris causa dell’UFABC, nel 2013. Il cerchio, oggi, si è chiuso in modo perfetto.
Lucía Topolansky ha ricevuto il titolo con la compostezza di chi ha imparato a portare il peso della storia senza piegarsi. Le sue parole, semplici e precise come erano le parole di Pepe, hanno toccato la sala: “Conoscendo la storia di questa università, penso che il Pepe sarebbe molto contento di poter fare parte, in qualche modo, di questo insieme. Non era un accademico tradizionale che aveva studiato, perché la vita lo portò per altri sentieri. Ma aveva l’università della vita. E a volte essa insegna molto.” Difficile dire di più, e meglio. Dalla sponda orientale del Río de la Plata, il presidente dell’Uruguay Yamandú Orsi, il cui percorso politico deve molto all’influenza e al sostegno di Mujica, ha inviato un messaggio video proiettato durante la cerimonia: “Ringrazio sinceramente tutto ciò che il vecchio Pepe ci ha lasciato, lezioni, un modo di pensare. Ma ringrazio anche voi per tenere viva la fiamma e preservare quello che abbiamo imparato. Con lui abbiamo imparato moltissimo.” Il rettore dell’UFABC, Dácio Roberto Matheus, ha voluto che il riconoscimento avesse anche un significato politico nell’oggi, con parole che suonano come un manifesto: “Che la vita di Pepe Mujica sia un’ispirazione per la nostra gioventù, per le nostre università e per tutti noi, nel costruire un grande fronte in difesa di un paese sempre più giusto, sovrano e meno diseguale, dove non ci sia spazio per arretramenti, negazionismo, oscurantismo e autoritarismo.”
Pepe Mujica è stato molte cose. Guerrigliero tupamaro, prigioniero politico, ministro, presidente, contadino. Ma prima di tutto è stato un testimone, uno di quegli uomini che la storia usa come specchio per mostrarci chi siamo e chi potremmo essere. Quattordici anni nelle carceri della dittatura uruguaiana, spesso in isolamento totale, senza libri, senza luce, senza voci umane. Eppure ne è uscito senza risentimento. Aveva scelto di non farsi spezzare dentro. Quando divenne presidente dell’Uruguay, tra il 2010 e il 2015, stupì il mondo con gesti concreti e quasi incredibili. Donò l’87% del suo stipendio presidenziale, continuò a vivere nella sua fattoria alla periferia di Montevideo, guidò un vecchio Maggiolino Volkswagen. Nel frattempo, il suo governo realizzó riforme che molti paesi cosiddetti avanzati ancora oggi non hanno il coraggio di varare. Con una coerenza rara, quasi fastidiosa, che metteva a disagio chiunque — a destra come a sinistra, si fosse abituato alla distanza tra le parole e i fatti. Come disse lui stesso, quando Lula gli conferì nel 2024 l’Ordine Nazionale della Croce del Sud del Brasile: “Non sono un uomo dei premi. Sono un uomo del popolo che ha fatto quel che ha potuto.”
Allende e Mujica non si sono mai incontrati. La morte di Allende nell’11 settembre del 1973 precedette di oltre un decennio la liberazione di Mujica, avvenuta nel 1985. Ma avrebbero avuto molto da dirsi. Entrambi credevano che il cambiamento fosse possibile dentro le istituzioni, senza tradire i più deboli. Entrambi sapevano che il potere reale non stava nei palazzi governativi ma nelle piazze, nelle fabbriche, nelle campagne. Entrambi hanno pagato il prezzo della propria coerenza, Allende con la vita, Mujica con anni di buio e isolamento. E oggi, mentre São Bernardo do Campo rende omaggio a un vecchio contadino uruguaiano che ha cambiato il modo in cui il mondo guarda alla politica, noi del Centro studi Salvador Allende ci fermiamo a ricordare che la sinistra latinoamericana, con tutte le sue contraddizioni, le sue cadute, i suoi errori, ha prodotto anche questo. Uomini e donne che hanno scelto la coerenza come forma di vita, la semplicità come atto politico, e l’amore per il popolo
come un sentimento irrinunciabile. Pepe Mujica non era un uomo dei premi. Era un uomo del popolo. E il popolo, si sa, non dimentica chi ama.
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