di Federica Cannas

Pochi leader democratici nel mondo contemporaneo possono vantare una parabola simile. Operaio metalmeccanico, sindacalista, presidente, ingiustamente carcerato, presidente di nuovo, e adesso, a ottant’anni compiuti, candidato a un quarto mandato nelle elezioni presidenziali di ottobre. Il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, non è soltanto un politico longevo, è uno specchio in cui una nazione intera si riconosce e si divide.

L’ultimo sondaggio Datafolha registra che in uno scenario di ballottaggio, Lula avrebbe il 46% delle preferenze contro il 43% di Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente condannato a 27 anni per tentato golpe. Un pareggio tecnico. A dicembre il distacco era di quindici punti. Tre mesi dopo, quasi niente. Il fantasma di Bolsonaro padre si è trasformato nel figlio, e il figlio scala i sondaggi con la costanza silenziosa di chi ha tutto il tempo del mondo, mentre il padre, ricoverato in terapia intensiva con febbre alta e polmonite, sembra voler restare al centro della scena anche da un letto d’ospedale, ingombrante, caotico, ostinatamente presente.

Ma per capire dove si trova Lula oggi, bisogna capire da dove viene, e soprattutto, quanto abbiano fatto di tutto, in Brasile e non solo, per impedire che ci arrivasse.

La storia è nota nelle sue linee generali, ma vale la pena raccontarla con la precisione che merita. Nel 2016, mentre Lula si preparava a tornare sulla scena politica come possibile candidato alle elezioni del 2018, con sondaggi che lo davano nettamente in testa, scattò una persecuzione giudiziaria orchestrata, che i fatti successivi hanno abbondantemente confermato. Il giudice Sergio Moro, che conduceva l’inchiesta Lava Jato sulla corruzione nel settore petrolifero, costruì un processo contro Lula con una determinazione e una velocità che avevano pochissimo a che fare con l’imparzialità. Nel 2018, condannato in primo grado, Lula si consegnò spontaneamente alla polizia federale e trascorse 580 giorni in carcere, senza poter presenziare al funerale del fratello né a quello del nipote, morti mentre lui era detenuto. Era, formalmente, un detenuto. Era, sostanzialmente, il candidato più popolare del Brasile eliminato dalla corsa con una sentenza.

Il disegno funzionò a perfezione. Senza Lula in campo, Bolsonaro vinse le elezioni del 2018. E Sergio Moro, il giudice che aveva spedito in prigione il suo avversario principale, diventò ministro della Giustizia del governo Bolsonaro, passando direttamente dall’aula del tribunale al gabinetto di chi aveva più da guadagnare dalla sua sentenza, con una disinvoltura che in un Paese con una stampa meno distratta avrebbe provocato uno scandalo di proporzioni storiche. Nel 2021 il Tribunale Supremo Federale annullò tutte le condanne, accertando che Moro non era stato imparziale, formula giuridica elegante per dire che aveva agito come un agente politico travestito da magistrato. Lula uscì dal carcere, dal processo, dall’oblio con la stessa faccia di quando ci era entrato: quella di un uomo che ha già visto abbastanza per non stupirsi più, ma non abbastanza da smettere di indignarsi.

Nel 2022 si ricandidò, la quinta volta in assoluto, e batté Bolsonaro per meno di due punti percentuali, in quello che è probabilmente il duello politico più carico di significato simbolico del ventunesimo secolo. La notte della vittoria, parlando alla folla sull’Avenida Paulista, disse una cosa semplice e precisa. Volevano seppellirmi, e sono risorto.

Lula con quella vittoria ha ricostruito il Brasile. Nei primi due anni del mandato, la deforestazione dell’Amazzonia è calata del 33,6% nel 2023 rispetto all’anno precedente, e di un ulteriore 30,6% nel 2024, raggiungendo il tasso più basso degli ultimi nove anni. Un risultato straordinario, ottenuto contro una lobby dell’agrobusiness potentissima e un Congresso spesso ostile, attraverso il rilancio degli organismi di controllo ambientale smantellati da Bolsonaro e il riconoscimento di nuovi territori alle popolazioni indigene, barriera naturale contro la deforestazione illegale. Lula ha varato il Piano per la Sicurezza e la Sovranità Amazzonica con l’obiettivo di azzerare la deforestazione illegale entro il 2030. Non senza contraddizioni. Lo stesso governo ha concesso diritti di esplorazione petrolifera in aree sensibili e avviato la costruzione di un’autostrada nel cuore della foresta. Ma la direzione di marcia, rispetto al disastro ambientale dei quattro anni precedenti, è stata inequivocabile.

Sul fronte sociale, il rilancio del Bolsa Família, il programma di trasferimento di reddito che nei suoi primi mandati aveva strappato milioni di brasiliani dalla povertà assoluta, ha raggiunto oltre 20 milioni di famiglie. Al G20 di Rio de Janeiro, sotto la presidenza brasiliana, Lula ha impresso al documento finale un’impronta inedita: la proposta di una tassazione coordinata a livello internazionale sui patrimoni miliardari, ritenuta da molti analisti l’iniziativa più coraggiosa emersa da un vertice G20 in anni. Un’idea che nessun leader del Nord globale avrebbe avuto il capitale politico, o la storia personale, per mettere sul tavolo con quella forza.

Ed è precisamente questa biografia, fatta di fabbrica, di sindacato, di carcere ingiusto e di resurrezione, che dà a Lula una credibilità nel Sud del mondo che nessun leader occidentale potrebbe anche solo avvicinarsi a costruire. Quando Lula attacca i grandi della terra che preferiscono aumentare le spese militari piuttosto che mettere la lotta alla fame in cima all’agenda internazionale, non sta recitando una parte progressista, sta dicendo quello che ha visto da vicino, da una distanza che i leader del Nord globale non hanno mai avuto il privilegio, o la sfortuna, di raggiungere.

È per questo che Lula è diventato, in questi anni, il punto di riferimento di una geografia politica nuova del Sud globale. Con l’India di Modi, con il Sudafrica, con i Paesi africani che guardano all’America Latina come a uno specchio in cui riconoscersi, Lula ha costruito pazientemente l’idea che esista un’altra voce nel mondo, che non parla né da Washington né da Bruxelles, e che ha qualcosa di specifico e di irriducibile da dire. Il Brasile che guida è un Paese che ha scelto deliberatamente di non allinearsi, di tenere aperte le porte con tutti, di rifiutare la logica dei blocchi che la guerra in Ucraina e le politiche di Trump stanno cercando di imporre come unica grammatica possibile delle relazioni internazionali.

Questa postura non è priva di rischi e di ambiguità. Lula è stato tra i pochi leader del Sud globale a non riconoscere la rielezione di Maduro in Venezuela, nonostante la benedizione di Russia e Cina. Un gesto di autonomia che gli è costato tensioni con i partner dei BRICS ma che gli ha fatto guadagnare credibilità come arbitro. È la stessa logica con cui ha gestito l’accordo UE-Mercosur. Dopo ventisei anni di negoziati, ha guidato il blocco sudamericano fino alla firma, avvenuta il 17 gennaio 2026 ad Asunción, costruendo quello che potrebbe essere la più grande area di libero scambio del mondo per popolazione coinvolta, 722 milioni di persone. Un risultato che Lula ha voluto fortemente, minacciando di ritirare il Brasile dai negoziati se l’Europa avesse continuato a rinviare, e che dimostra una capacità di pressione diplomatica che va ben oltre il ruolo tradizionale dei Paesi emergenti.

Il vertice apicale di questa stagione multilaterale è stato però la COP30, ospitata a Belém, in Amazzonia, nel novembre 2025. Una scelta geografica che era già un manifesto politico: portare la conferenza mondiale sul clima nel cuore della foresta più grande del mondo, con una partecipazione indigena senza precedenti, oltre quindicimila rappresentanti dei popoli originari. E alla chiusura dei lavori, mentre il mondo guardava a un accordo fragile e incompleto, la “Mutirão Decision”, dal termine indigeno che indica lo sforzo collettivo, ha detto che “la scienza ha prevalso, il multilateralismo ha vinto”. Una formula ottimista, forse eccesivamente. Ma il fatto che 195 Paesi, senza gli Stati Uniti, abbiano trovato un’intesa in un momento di frantumazione degli ordini internazionali, è stato anche merito della presidenza brasiliana. Della sua pazienza, della sua capacità di tenere insieme BRICS e G7, Sud e Nord, senza schierarsi definitivamente con nessuno.

La vicenda dei visti rivela quanto questo ruolo sia diventato concreto e non più soltanto simbolico. Quando un consigliere di estrema destra di Trump ha pianificato di visitare Bolsonaro in carcere, Lula gli ha revocato il visto, spiegando che avrebbe riaperto le porte solo quando gli americani avessero restituito il visto al suo ministro della Salute. Uno scambio di ostaggi diplomatici in formato minore, si potrebbe dire, ma che rivela la misura esatta di quanto Lula abbia trasformato il Brasile in un attore che non si lascia più intimidire, che risponde colpo su colpo, che ha imparato a sua spese che la debolezza, in politica, non genera rispetto.

Oggi l’ultimo sondaggio lo dà appaiato al figlio del suo nemico, e c’è chi già scrive l’epitaffio di questa stagione politica. Ma Lula ha già letto troppi suoi epitaffi per prenderli sul serio. È sopravvissuto alla dittatura, alla sconfitta ripetuta, al carcere, alla malattia, a un tentativo di golpe contro la democrazia che lo aveva eletto. Ogni volta che sembrava finito, trovava il modo di non esserlo, per quella combinazione di intelligenza politica, resistenza fisica e senso quasi animale del centro di gravità di un Paese che è la marca dei grandi leader, quelli che si formano nell’attrito lungo e doloroso con la realtà.

C’è qualcosa, in fondo, di profondamente controcorrente nell’esistenza politica di Lula. Con una storia che nessuno scrittore avrebbe il coraggio di inventare, continua a essere la cosa più rara che esiste in politica, ossia qualcuno che porta nel palazzo il peso specifico della vita reale, e che per questo, quando parla, ancora qualcuno lo ascolta davvero.

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