
(Federica Cannas) – Stamattina Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Lo hanno fatto senza mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza che esistesse un’aggressione militare in corso da parte di Teheran, senza nemmeno la finzione diplomatica di un ultimatum. Lo hanno fatto perché potevano. E perché, in questo momento storico, non hanno bisogno di altre giustificazioni.
Non è una novità assoluta. È però un salto di qualità nella brutalità con cui una certa visione del mondo, quella che divide i paesi tra alleati e nemici, tra obbedienti e punibili, si sta imponendo senza più alcuna copertura giuridica o retorica. In passato si costruivano le prove di armi di distruzione di massa che non esistevano. Oggi non ci si preoccupa nemmeno di quello.
Il progetto politico che emerge con chiarezza dall’attacco di stamattina non riguarda solo l’Iran e la sua eventuale capacità nucleare. Riguarda qualcosa di più ampio e più profondo, ossia la volontà di ridefinire il principio stesso di sovranità in funzione dell’allineamento geopolitico.
La logica è semplice e spietata. I paesi che accettano l’orbita americana e israeliana possono aspirare alla pace, agli scambi commerciali, alla legittimità internazionale. Quelli che la rifiutano, che si tratti dell’Iran, del Venezuela, di Cuba, o di qualunque altro paese che osi percorrere una via autonoma, vengono prima sanzionati, poi destabilizzati, infine bombardati.
Questo non è un ordine internazionale. È un sistema di vassallaggio globale con una violenza militare sullo sfondo permanente.
C’è qualcosa di familiare, in tutto questo. Familiare e amaro.
L’America Latina è stata il laboratorio storico di questa logica. Ogni volta che un governo della regione ha tentato di costruire un modello alternativo, economicamente più giusto, politicamente più autonomo, socialmente più inclusivo, ha trovato davanti a sé l’opposizione sistematica di Washington: sanzioni, destabilizzazione, golpe, o bombe.
Il Cile del 1973 ne è il simbolo più nitido. Ma la lista è lunga: Guatemala, Nicaragua, Bolivia, Venezuela, Cuba. Il copione cambia nei dettagli, la sostanza resta identica.
Oggi l’America Latina si trova di fronte a una frattura netta. Da un lato, governi come quelli del Brasile di Lula, della Colombia di Petro, del Cile del presidente uscente Boric, che difendono il multilateralismo, il diritto internazionale, la sovranità dei popoli come principi non negoziabili. Lula, dopo l’attacco americano al Venezuela a gennaio scorso, aveva usato parole che oggi suonano ancora più profetiche: “Attaccare paesi in flagrante violazione del diritto internazionale è il primo passo verso un mondo di violenza, caos e instabilità, dove la legge del più forte prevale sul multilateralismo.” Petro aveva chiesto la convocazione urgente dell’ONU e dell’OAS, denunciando “qualsiasi azione militare unilaterale che metta a rischio la popolazione civile.”
Dall’altro lato, i governi di Milei in Argentina e del neo-eletto Kast in Cile hanno invece scelto di celebrare. Il primo con il suo caratteristico “viva la libertà!”, il secondo definendo l’attacco all’Iran “una grande notizia.” È la differenza tra chi pensa che il mondo debba essere governato dal diritto e chi pensa che debba essere governato dalla forza.
Il multilateralismo non è un’astrazione, è ciò che ci separa dalla barbarie.
Qui si sta difendendo il principio che nessuno Stato, per quanto potente, ha il diritto di attaccare militarmente un altro Stato sovrano al di fuori del quadro del diritto internazionale. Se questo principio cade per l’Iran oggi, cadrà per chiunque altro domani. E “chiunque altro” include chiunque osi costruire politiche indipendenti dall’asse Washington-Tel Aviv.
Il multilateralismo non è una posizione naïf o idealista. È l’unico sistema che storicamente ha permesso ai paesi più deboli di avere voce in capitolo nelle relazioni internazionali. Smontarlo significa consegnare il governo del mondo ai più forti in modo definitivo e senza appello.
Mentre le bombe cadono sull’Iran, l’Unione Europea chiede “moderazione”. La NATO dichiara di “monitorare gli sviluppi”. Parole vuote. Un continente che si dice fondato sul diritto internazionale e sulla pace non può “monitorare” quando quei principi vengono sistematicamente smontati.
Ma c’è un elemento che in Italia non può essere ignorato. Le basi militari americane sul territorio nazionale non sono elementi neutri di questa storia. Sono parte dell’infrastruttura logistica e operativa che rende possibili operazioni come quella di stamattina. L’Italia non è uno spettatore lontano di queste guerre.
L’attacco all’Iran di stamattina non è un episodio isolato. È un tassello di un disegno coerente. Ridurre il campo delle alternative possibili, punire chi non si allinea, costruire un mondo in cui la sovranità è un privilegio concesso dai potenti ai complianti, non un diritto universale dei popoli.
Salvador Allende fu eliminato perché aveva scelto un’altra via. Perché aveva creduto e dimostrato, finché glielo permisero, che fosse possibile costruire giustizia senza chiedere il permesso a Washington. Sappiamo com’è andata.
Oggi la posta in gioco è la stessa, la scala è più grande. Difendere il multilateralismo, la sovranità dei popoli, il diritto internazionale non è retorica, è l’unico argine rimasto tra un ordine mondiale fondato sulle regole e uno fondato sulla forza di chi ha più missili.
La scelta è nostra. Il silenzio, anche stavolta, non è neutro.
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