(Federica Cannas) – C’è un filo sottile che lega la Storia con la “S” maiuscola alle storie personali, quelle che si raccontano a voce bassa ma che portano dentro il peso di un’intera epoca. La testimonianza di Julio Velasco è un racconto che attraversa gli anni più bui dell’Argentina e che ci restituisce, con una semplicità disarmante, la dimensione umana di una tragedia che ha segnato indelebilmente il Paese sudamericano.

Quando Velasco parla degli anni della dittatura militare argentina, lo fa con quella lucidità che appartiene solo a chi ha guardato la morte negli occhi e ha dovuto imparare a conviverci. Era già all’università quando il colpo di stato del 1976 trasformò l’Argentina in un teatro dell’orrore, dove migliaia di giovani – studenti, militanti, intellettuali – cominciarono a scomparire nel nulla, inghiottiti da un sistema di repressione che aveva fatto del terrore la sua arma principale. Lui militava nel movimento studentesco, suo fratello in quello del liceo, ed entrambi si ritrovarono intrappolati in una rete che si stringeva ogni giorno di più attorno a chiunque avesse osato immaginare un Paese diverso.

La parola desaparecido racchiude in sé un orrore quasi indicibile. Non è morte, non è prigionia, è un vuoto assoluto che nega persino il diritto al lutto. Velasco ha visto amici intimi scomparire senza lasciare traccia, altri assassinati nelle loro case con una violenza fredda e metodica. E poi è toccato a suo fratello, portato via per quarantacinque giorni che devono essere sembrati infiniti, prima di ricomparire in circostanze che ancora oggi appartengono a quella zona grigia fatta di fortuna, caso, miracolo. Lui aveva sottovalutato il pericolo, pensando che due anni di inattività politica potessero bastare a tenerlo al sicuro, ma la macchina repressiva non ragionava con quella logica. Funzionava secondo un meccanismo spaventosamente semplice ed efficace. Si prelevava una persona, la si torturava fino a farle pronunciare dieci, quindici nomi, e poi si andava a prendere ognuno di quei nomi per ripetere lo stesso processo, in una spirale che si autoalimentava senza bisogno di particolare intelligenza investigativa. Proprio questa meccanicità brutale, questa assenza di strategia raffinata, contribuì paradossalmente a far sì che la repressione durasse così a lungo e che, alla fine, qualcuno riuscisse a salvarsi. Ma fu anche questo a rendere il terrore così capillare, così onnipresente. Chiunque poteva essere il prossimo, in qualsiasi momento.

Velasco ha paragonato la sua esperienza a quella degli italiani che hanno vissuto la guerra, e il paragone non è casuale. C’è qualcosa di profondamente umano e universale nella capacità di resistere all’orrore, di adattarsi alle circostanze più estreme e di trovare, anche nel buio più totale, la forza per ricominciare. Come l’Italia del dopoguerra generò un’epoca straordinaria di ricostruzione, così anche chi sopravvisse alla dittatura argentina dovette trovare un modo per uscire da quella situazione, per non lasciarsi annientare dalla violenza subita. È questa capacità di ripresa che Velasco ha cercato di trasmettere ai suoi giocatori e alle sue giocatrici, portando l’esempio dei loro nonni e dei loro genitori, di cose che oggi sembrano impossibili ma che di fronte alla necessità diventano non solo possibili, ma necessarie.

Per Velasco, la salvezza arrivò in una forma inaspettata: la pallavolo. Dovette lasciare l’università quando mancavano pochissimi esami, fu costretto a evitare persino di fermarsi sotto casa di sua madre o di vedere i suoi amici, perché ogni angolo di strada poteva nascondere una macchina con all’interno  ragazzi torturati che indicavano i possibili futuri desaparecidos ai loro aguzzini. Rischiava la vita ogni giorno, ma la pallavolo gli diede qualcosa di vitale: un progetto, un futuro tangibile in mezzo al nulla. Prima allenò una squadra di bambini, poi un’altra, e quel lavoro gli piaceva moltissimo. In seguito gli affidarono una prima squadra. Era come se, nel buio più totale, qualcosa germogliasse nella sua vita, portando con sé allegria, futuro, salvezza, voglia di fare. Senza quel mestiere, ogni giorno gli avrebbe ricordato soltanto ciò che aveva perduto:l. Gli amici scomparsi, l’università interrotta, la vita spezzata dalla violenza. Il mestiere di allenatore, invece, gli mostrava quello che poteva ancora fare, non quello che gli era stato strappato via.

Questa testimonianza di Julio Velasco ci consegna una verità dolorosa. La storia dei desaparecidos non è fatta solo di numeri, dei trentamila scomparsi, ma di vite concrete, di progetti interrotti, di famiglie distrutte, di un’intera generazione costretta a ricostruirsi tra le macerie del terrore. E ci spinge a capire che la memoria non è solo un dovere verso chi non c’è più, ma anche un modo per affermare che quella vita, quella lotta, quel desiderio di un mondo diverso non sono stati cancellati. Continuano a germogliare, come la pallavolo nella vita di Velasco, nelle storie che raccontiamo, nella capacità di non arrendersi che trasmettiamo alle generazioni successive.

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