
(Federica Cannas) – “E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale”.
La voce è ferma. Bettino Craxi non cerca attenuanti, nel mettere il Parlamento davanti a una realtà che nessuno può fingere di ignorare.
“Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale”.
È a questo punto che Craxi compie il gesto politico più radicale di tutto il discorso. Non accusa, non indica colpevoli e non si sottrae. Chiama in causa tutti.
“Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.
Il 3 luglio 1992, nell’aula del Parlamento, accade qualcosa che oggi pesa come un macigno nella storia repubblicana. Bettino Craxi prende la parola e pronuncia un discorso che non è una difesa personale, ma un atto politico di rara lucidità. Parla del finanziamento pubblico ai partiti. Lo fa senza infingimenti, senza ipocrisie, senza rifugiarsi in formule ambigue. Dice una verità semplice e durissima. Quel sistema lo conoscevano tutti, lo praticavano tutti. Nessuno escluso.
Eppure, mentre quelle parole risuonano nell’aula, accade l’elemento più rivelatore di tutta la vicenda. Nessun parlamentare si alza in piedi. Nessuno interrompe. Nessuno protesta. Nessuno dice “non è vero”. Il silenzio è totale, compatto, quasi fisico. È il silenzio di chi sa. È il silenzio di chi ha condiviso, beneficiato, accettato quel sistema come parte integrante della vita politica della Prima Repubblica.
Quel silenzio vale più di mille sentenze. Perché smaschera l’ipocrisia di una classe dirigente che, di lì a poco, avrebbe scelto una strada comoda e crudele: trasformare un sistema condiviso in una colpa individuale. Fare di Craxi il capro espiatorio perfetto. Addossargli il peso di un meccanismo che non nasceva con lui e non finiva con lui.
La stagione che si apre dopo è una stagione di rimozione. Non si ha il coraggio di dire che il finanziamento ai partiti era diventato una struttura informale dello Stato, tollerata perché funzionale. Non si ha la maturità politica per ammettere che quel sistema andava cambiato, regolato, reso trasparente, non distrutto attraverso la delegittimazione morale di un solo uomo. Si sceglie invece la scorciatoia della punizione esemplare.
E così finisce la Prima Repubblica. Non solo con Tangentopoli, ma con una rinuncia più profonda: la rinuncia a distinguere tra responsabilità collettiva e colpa individuale. La rinuncia a riconoscere che quella Repubblica, con tutti i suoi limiti, era stata guidata da una classe politica di alto livello, capace di stare sulla scena internazionale con autorevolezza, visione e peso reale.
Craxi è stato uno di quei politici. Uno statista vero, nel senso pieno del termine. Ha avuto una visione autonoma dell’Italia nel mondo, ha difeso la sovranità nazionale quando farlo non era scontato nè popolare, ha costruito una politica estera che dava al Paese dignità e ascolto. Era un leader con una cultura politica profonda, con una capacità di decisione rara, con un’idea chiara di Stato e di ruolo pubblico.
Oggi, a distanza di anni, molti hanno ancora paura persino di pronunciare il nome di Bettino Craxi. È una paura che nasce dall’ipocrisia, dal timore di rimettere in discussione una narrazione comoda, consolatoria, che ha assolto quasi tutti e condannato uno solo. Craxi continua a essere un nome scomodo perché costringe a guardare in faccia una responsabilità collettiva che non si è mai voluta davvero affrontare.
Eppure basterebbe guardare oltreconfine. In Cile, la memoria storica è più onesta. Lì si ricorda con rispetto il ruolo di Bettino Craxi, il suo sostegno politico e umano alla causa cilena durante la dittatura di Augusto Pinochet, quando non era facile schierarsi, quando farlo significava assumersi un rischio politico e diplomatico reale. Craxi lo fece con coraggio e passione, mettendo il socialismo italiano dalla parte della libertà, dei diritti, dell’opposizione democratica.
Ridurre Bettino Craxi a una caricatura giudiziaria è stata una comoda operazione di autoassoluzione collettiva. Ha permesso a molti di salvarsi la coscienza, a quasi tutti di evitare una riflessione vera sul funzionamento della democrazia italiana. Ma ha prodotto una conseguenza devastante: ha distrutto la politica senza riformarla. Ha lasciato macerie al posto di un sistema da correggere.
Commemorare Craxi oggi non significa riscrivere la storia in modo indulgente. Significa riconoscere che fu lasciato solo da chi aveva condiviso responsabilità e benefici. Significa ricordare che quel discorso del 1992 fu l’ultimo gesto politico di uno statista che ebbe il coraggio di dire la verità davanti a tutti.
E quella verità, ancora oggi, pesa. Perché nessuno, in quell’aula, ebbe il coraggio di alzarsi in piedi.
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