(Federica Cannas) – Negli anni Ottanta l’Europa attraversa una stagione in cui il mercato viene finalmente inserito dentro una visione più ampia, capace di tenere insieme potere, autonomia, mediazione internazionale e coesione sociale, e questo accade grazie a una convergenza rara, forse irripetibile, tra alcune delle più forti leadership socialiste del continente, unite non da un’ideologia rigida ma da una comune idea di Europa come soggetto storico e geopolitico.

In quel contesto, Jacques Delors diventa il punto di sintesi di un pensiero che circola già da tempo nelle capitali europee, un pensiero che vede nell’integrazione il naturale prolungamento della politica nazionale su scala continentale, e che trova alimento nel dialogo costante con leader che, pur diversi per temperamento e cultura politica, condividono la convinzione che l’Europa debba smettere di essere una variabile dipendente delle grandi potenze e cominciare a parlare con una voce propria, riconoscibile e autorevole.

L’Italia di Bettino Craxi, la Francia di François Mitterrand, la Germania che porta ancora l’impronta profonda di Willy Brandt, il Portogallo di Mário Soares e la Spagna di Felipe González non agiscono come compartimenti stagni, ma come parti di una stessa traiettoria politica che, pur senza mai diventare un blocco monolitico, riesce a produrre una direzione comune, fondata sull’idea che l’unità europea debba essere anche capacità di scelta, autonomia di giudizio, possibilità di mediazione tra Est e Ovest e attenzione strategica verso il Mediterraneo e il Sud del mondo.

Dentro questa traiettoria comune, il ruolo di Bettino Craxi assume un significato particolare dal punto di vista italiano, perché è attraverso la sua azione che l’Italia smette di vivere l’Europa come un perimetro imposto e comincia a interpretarla come uno spazio politico da vivere e far vivere pienamente, rivendicando una presenza autonoma tanto a Bruxelles quanto nello scenario internazionale. Craxi è convinto che l’unità europea possa reggere solo se fondata su Stati politicamente forti, capaci di iniziativa e di visione, e per questo sostiene un’integrazione che rafforzi la democrazia e la capacità decisionale dell’Europa.

La sua attenzione al Mediterraneo non rappresenta una deviazione rispetto al progetto europeo, ma una sua naturale estensione, perché riconosce in quell’area uno dei nodi strategici fondamentali per il futuro dell’Europa, non solo sul piano geopolitico ma anche su quello storico e culturale. In questa prospettiva, l’Italia di Craxi si muove come interlocutore attivo nel dialogo con il mondo arabo e mediorientale, inserendosi in una visione europea che non rinuncia alle alleanze tradizionali ma rifiuta ogni forma di automatismo, rivendicando per l’Europa un ruolo di mediazione autonoma e credibile.

È in questa cornice che prende forma un’Europa capace di mantenere il legame atlantico senza accettare una subordinazione automatica, un’Europa che dialoga con l’Est europeo e con l’Unione Sovietica negli ultimi anni della guerra fredda facendo propria la lezione dell’Ostpolitik, non come residuo del passato ma come strumento politico vivo, e che guarda al Mediterraneo non come a una periferia problematica, bensì come a uno spazio decisivo per la propria stabilità e credibilità internazionale, un mare che non separa ma connette, che obbliga a una politica estera meno ideologica e più consapevole delle complessità storiche.

La Commissione guidata da Delors riesce a tradurre tutto questo in scelte concrete, dando corpo a un’Europa che rafforza il mercato interno senza smarrire la dimensione sociale, che investe nella coesione e nei diritti del lavoro, che tenta di costruire un equilibrio tra sviluppo economico e protezione delle persone, e che soprattutto prova a collocarsi nel mondo come attore politico riconoscibile, capace di parlare con Washington ma anche con Mosca, con il Nord industriale e con il Sud in trasformazione.

Quella stagione non è priva di contraddizioni, né di limiti, ma resta uno dei rari momenti in cui il socialismo europeo riesce a superare la dimensione nazionale senza dissolversi, mantenendo una forte impronta politica e culturale, e dimostrando che l’Europa può esistere non solo come spazio normativo ma come progetto condiviso, alimentato da leadership che sanno dialogare, mediare, osare, senza ridurre la complessità a slogan o a formule semplificate.

Rileggere oggi quegli anni significa riconoscere che l’Europa soggetto geopolitico nasce da una visione politica capace di tenere insieme autonomia, responsabilità e ambizione, una visione che quei grandi socialisti seppero costruire praticando la politica come spazio alto di decisione e di pensiero.

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