(Federica Cannas) – Il potere, quello vero, non è mai affollato. Attorno possono esserci rumore, consenso, applausi, ma dentro resta uno spazio vuoto che pochi sanno riempire senza smarrirsi. È una solitudine particolare, che non nasce dall’assenza degli altri ma dall’impossibilità di essere davvero come gli altri, perché quando si decide per molti, si smette inevitabilmente di appartenere fino in fondo a qualcuno.

Chi ricopre ruoli di reale rilevanza lo scopre presto. Più cresce la responsabilità, più si restringe il margine dell’istinto e della spontaneità. Non ci si può permettere reazioni impulsive, non sempre si può dire ciò che si pensa, quasi mai si può mostrare pubblicamente il dubbio che pure accompagna ogni decisione importante. Ogni parola pesa, ogni silenzio ancora di più, e il peso non è mai distribuito in modo equo.

Il potere non perdona l’instabilità interiore. Non basta essere intelligenti, preparati, dotati di visione. Senza una struttura personale solida, senza un equilibrio profondo, il rischio è confondere il ruolo con se stessi, trasformare l’autorità in affermazione dell’ego, il comando in difesa permanente. È in quel punto che il potere smette di essere funzione e diventa ossessione.

La solitudine del potere emerge con chiarezza nei momenti di crisi, quando la decisione non è rinviabile e non esiste una scelta che non produca uno strappo. 

Bettino Craxi lo sa perfettamente nella notte di Sigonella, quando si trova a difendere la sovranità italiana di fronte agli Stati Uniti. In quelle ore il potere è assunzione totale di responsabilità, consapevolezza che quella decisione lo isolerà, che non tutti lo seguiranno, che pagherà un prezzo politico altissimo. Craxi non è solo contro un alleato ingombrante, è solo anche dentro il suo campo, perché il potere non concede rifugi collettivi.

Decidere, in quel caso, significa accettare una solitudine lucida, fredda, priva di retorica, nella quale non c’è spazio per il consenso immediato ma solo per la coerenza con ciò che si ritiene giusto. È una solitudine che non si racconta facilmente, perché non produce immagini rassicuranti, ma segna in modo irreversibile chi la attraversa.

Se Craxi rappresenta la solitudine della decisione istituzionale, Salvador Allende rappresenta quella della coerenza portata fino alle estreme conseguenze. Allende governa sapendo di essere progressivamente isolato, stretto tra poteri economici ostili, interferenze internazionali, settori militari infedeli e una parte della stessa sinistra che lo vorrebbe diverso, più radicale, più rapido, meno vincolato alla democrazia. La sua solitudine nasce dalla scelta consapevole di non tradire il metodo democratico nemmeno quando la democrazia viene svuotata dall’interno.

L’11 settembre 1973 Allende è solo nel senso più radicale del termine. Avrebbe potuto cercare una via di fuga, negoziare, rinunciare. Decide invece di restare, di non separare la propria vita dalla responsabilità assunta. È la solitudine di chi sceglie di non salvarsi per non negare ciò che ha rappresentato.

José “Pepe” Mujica rappresenta una solitudine ancora diversa: quella scelta consapevolmente come atto politico. Mujica governa l’Uruguay senza mai identificarsi con il potere, anzi prendendone le distanze anche simboliche. Vive fuori dal palazzo presidenziale, rifiuta privilegi, riduce il proprio stipendio. 

La sua solitudine nasce dalla volontà di non confondersi con l’istituzione. Mujica sa che il potere tende a separare chi lo esercita dalla realtà quotidiana, e per questo sceglie di restare ai margini, di non farsi inglobare. È solo perché rifiuta il linguaggio del comando, perché parla una lingua che mette a disagio tanto gli avversari quanto i sostenitori più ortodossi.

Nel suo caso, la solitudine del potere coincide con la rinuncia a usarlo fino in fondo come strumento di autoaffermazione. Mujica governa sapendo che ogni decisione comporta una perdita, che non esistono soluzioni pure, e che l’unico antidoto alla solitudine è la coerenza personale. È una solitudine asciutta, priva di dramma, ma non per questo meno radicale.

La solitudine del potere assume una forma diversa, più contemporanea e forse ancora più complessa, nel percorso di Gabriel Boric. Arrivato al governo come espressione di una generazione che aveva riempito le piazze, Boric si ritrova presto a fare i conti con la distanza tra l’ideale e la gestione concreta dello Stato. Governare significa rinunciare alla purezza del movimento, accettare compromessi, subire attacchi da destra e delusioni da sinistra, diventare bersaglio di aspettative spesso inconciliabili.

Immediatamente dopo la vittoria elettorale della destra guidata da Kast, Boric ha chiamato il suo avversario per congratularsi e, parlando con lui, ha evocato apertamente la solitudine del potere, augurando al Cile il meglio. È un passaggio di grande lucidità, perché riconosce che il potere, una volta assunto, smette di appartenere a chi lo conquista e diventa un peso che si porta da soli, indipendentemente dall’orientamento politico.

In quella telefonata c’è la consapevolezza di chi ha attraversato il potere senza idealizzarlo, di chi ha capito che governare significa spesso deludere, resistere, contenere. È una solitudine meno tragica di quella di Allende, ma non meno reale.

Infine, c’è Lula, che incarna forse la solitudine più adulta, quella del ritorno. Dopo essere stato incarcerato, delegittimato, espulso simbolicamente dalla scena politica, Lula rientra al potere in un Brasile profondamente diviso, ferito, attraversato da un odio politico sedimentato. La sua solitudine è quella di chi deve ricostruire, governare senza semplificare, tenere insieme senza alimentare ulteriori fratture.

Ogni sua scelta è osservata, sospettata, interpretata. La sua forza sta nella capacità di non trasformare il potere in regolamento di conti, accettando una solitudine fatta di misura, di pazienza, di responsabilità storica.

La solitudine del potere, in fondo, non è un difetto del sistema, ma la sua prova più severa. È il luogo in cui si misura la statura di chi governa, la distanza tra l’ambizione personale e il senso del limite. Per questo il potere andrebbe affidato solo a chi non lo desidera troppo, a chi lo vive come un incarico temporaneo e non come una consacrazione definitiva.

Perché il potere, quando è reale, non offre riparo. Chiede equilibrio, coscienza, e la capacità di restare in piedi anche quando, inevitabilmente, si resta soli.

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