
di Federica Cannas
Ci sono ragazzi che a vent’anni sanno già raccontare tutto quello che non funziona nel mondo. Conoscono le ingiustizie, discutono di diritti, si confrontano sui social, partecipano alle manifestazioni, qualche volta si arrabbiano e altre si allontanano, delusi ancora prima di aver cominciato. Poi ci sono gli adulti, sempre pronti a spiegare che i giovani non hanno più ideali, che non si interessano di politica, che preferiscono uno schermo a una discussione.
Raramente, però, qualcuno si domanda chi dovrebbe insegnare loro a fare politica. Dove possano imparare a conoscere uno Stato, a comprendere un bilancio pubblico, a scrivere una legge, a difendere un’idea senza trasformare chi la pensa diversamente in un nemico. E soprattutto chi sia disposto a dedicare loro del tempo, condividendo conoscenze, esperienze e persino gli errori commessi.
Dal Sudamerica arriva una risposta interessante, fatta di scuole, programmi di formazione e nuove reti di giovani che si preparano ad assumere responsabilità pubbliche.
In questi giorni Camila Vallejo, ex ministra portavoce del governo cileno di Gabriel Boric, ha annunciato una nuova esperienza. A trentotto anni, dopo aver guidato il movimento studentesco dell’Università del Cile, essere stata deputata e aver ricoperto un incarico ministeriale dal 2022 al 2026, ha assunto la direzione di Ruta Continental, la Scuola latinoamericana di leadership nella sicurezza sociale promossa dalla Conferenza interamericana di sicurezza sociale, organismo con sede in Messico.
È un passaggio significativo anche per la sua storia personale. Camila è stata una delle ragazze che nel 2011 riempivano le strade di Santiago chiedendo un’istruzione più accessibile e giusta. Oggi partecipa alla costruzione di un luogo in cui altri giovani potranno studiare i sistemi pensionistici, la sanità, il lavoro, i diritti sociali, imparando a comunicare e a confrontarsi con le istituzioni.
La scuola nasce dalla convinzione che conoscere i propri diritti sia il primo passo per poterli esercitare. E che una generazione chiamata a discutere del futuro debba avere gli strumenti per comprendere anche il presente. Perché la sicurezza sociale riguarda questioni molto concrete, dalla possibilità di acquistare un medicinale a quella di conciliare il lavoro con la cura di un familiare, fino alla prospettiva di una pensione dignitosa.
C’è qualcosa di particolarmente bello nell’immaginare una giovane donna che ha cominciato protestando nelle piazze e che oggi contribuisce a preparare altre persone alla vita pubblica. È una continuità che attraversa le generazioni e restituisce alla politica una dimensione troppo spesso trascurata, quella della conoscenza che si trasmette.
E il Cile, in questo, ha già una sua tradizione. La Fondazione Chile 21, per esempio, ha sviluppato programmi di formazione legati alle idee del centrosinistra. Attraverso la sua scuola di leadership, attiva per diversi anni a Santiago e nelle regioni cilene, ha formato oltre trecento giovani, alcuni dei quali hanno successivamente assunto incarichi pubblici, accademici e territoriali.
In Brasile esiste un’altra esperienza che merita attenzione. Si chiama RenovaBR, è nata nel 2017 e si presenta come la più grande scuola di formazione politica del Paese. Ha un’impostazione pluripartitica, accoglie persone provenienti da orientamenti politici differenti e insegna politiche pubbliche, gestione amministrativa, etica, leadership e analisi dei dati.
I numeri raccontano la dimensione del progetto. Oltre 3.600 persone formate, più di 440 ex allievi eletti dal 2018, secondo i dati diffusi dall’organizzazione. Nel 2025, per una classe di appena 109 partecipanti, si sono registrate oltre cinquantamila manifestazioni d’interesse.
E nelle elezioni brasiliane del 2026, secondo quanto riportato dalla stampa, 47 ex allievi di RenovaBR sono stati eletti a incarichi parlamentari e di vicegoverno.
Sono dati che meritano una riflessione. Una scuola può accompagnare la preparazione di futuri consiglieri, parlamentari, amministratori e governatori, senza sapere in anticipo quali decisioni prenderanno o quali risultati conseguiranno. Può però offrire qualcosa che nessuna campagna elettorale riesce a improvvisare, una preparazione costruita nel tempo.
Naturalmente, nessuna scuola garantisce da sola la qualità di un rappresentante politico. Le competenze devono incontrare l’etica, l’indipendenza di giudizio, la conoscenza della società e la capacità di ascoltare. E bisogna vigilare affinché questi percorsi siano accessibili anche a chi non possiede relazioni, denaro o una famiglia già inserita nelle istituzioni.
Ma il principio rimane importante. Anche chi aspira a governare dovrebbe sentire il bisogno di studiare.
La formazione, del resto, non riguarda soltanto chi intende candidarsi. La Banca di sviluppo dell’America Latina e dei Caraibi, CAF, promuove da anni programmi di leadership e formazione istituzionale. In collaborazione con la Fondazione Carolina ha sviluppato anche un percorso sui valori e sulle istituzioni democratiche che ha coinvolto quattrocento giovani di diciassette Paesi, molti dei quali già impegnati nelle amministrazioni pubbliche.
Immaginiamo per un momento questi ragazzi seduti nella stessa aula. Una giovane amministratrice colombiana che racconta le difficoltà di un quartiere periferico, un funzionario argentino che conosce i problemi della sanità pubblica, un rappresentante brasiliano che lavora nelle istituzioni locali, una ragazza cilena impegnata nella difesa dei diritti sociali.
Hanno esperienze differenti, qualche volta idee opposte, eppure possono imparare gli uni dagli altri. Un domani potrebbero ritrovarsi a discutere accordi internazionali, politiche ambientali, migrazioni, cooperazione economica. E forse ricorderanno di essersi conosciuti quando erano ancora giovani, in un’aula in cui nessuno aveva l’ultima parola.
Questa è una delle possibilità più interessanti offerte dalla formazione politica. Costruire rapporti prima che arrivino le cariche, le rivalità e le responsabilità di governo.
Un tempo, anche in Italia, la formazione politica aveva una presenza molto più riconoscibile. I partiti organizzavano scuole, incontri, seminari, discussioni nelle sezioni. Si leggevano libri, si studiava la storia, si imparava a parlare in pubblico, si ascoltavano dirigenti che avevano attraversato esperienze importanti. Non erano ambienti perfetti. Potevano essere ideologici, chiusi, attraversati da gerarchie e appartenenze rigide. Eppure offrivano una possibilità che oggi appare meno diffusa, quella di crescere politicamente attraverso un percorso collettivo.
La politica aveva anche dei maestri.
Persone capaci di riconoscere un talento, di incoraggiarlo, di correggerlo, di insegnargli che una buona intenzione non basta a realizzare una buona legge. Che amministrare significa scegliere, qualche volta rinunciare, quasi sempre assumersi una responsabilità di fronte a qualcuno.
Penso a Salvador Allende e alla sua lunga formazione politica. Prima di arrivare alla presidenza del Cile nel 1970, era stato medico, parlamentare, ministro della Sanità, protagonista di decenni di vita democratica. La sua idea di trasformazione sociale si era costruita attraverso lo studio, il lavoro nelle istituzioni, il confronto con i lavoratori e l’esperienza concreta dei problemi del Paese.
È una storia che ricorda quanto possa essere lungo il cammino tra un ideale e la capacità di tradurlo in una scelta di governo.
Oggi i tempi sono cambiati. Un giovane può raggiungere migliaia di persone con un video di trenta secondi, diventare conosciuto in poche settimane e ritrovarsi improvvisamente al centro di un dibattito pubblico. Ma la velocità della comunicazione non coincide necessariamente con la profondità della preparazione. Conoscere il linguaggio dei social è utile, così come saper comunicare con chiarezza. Governare una città, una regione o un Paese richiede anche competenze che si acquisiscono lentamente.
Ed è qui che gli adulti hanno una responsabilità enorme.
Abbiamo passato anni a parlare dei giovani come di una generazione disinteressata, fragile, impaziente. Abbiamo chiesto loro di partecipare, di impegnarsi, di assumersi responsabilità. Ma quante volte abbiamo aperto davvero le porte? Quante volte abbiamo preferito accompagnare una persona giovane, invece di considerarla una possibile concorrente? Quante volte abbiamo accettato che potesse avere idee migliori delle nostre?
Un maestro autentico dovrebbe desiderare che chi viene dopo riesca ad andare più lontano.
Forse è proprio questa la parte più difficile. Trasmettere conoscenze senza pretendere obbedienza, offrire esperienza senza trasformarla in un’autorità indiscutibile, insegnare il valore della storia lasciando ai giovani la libertà di scriverne una diversa.
Le scuole politiche latinoamericane raccontano tentativi differenti di rispondere a questa esigenza. Alcune nascono da tradizioni ideologiche precise, altre scelgono il pluralismo, altre ancora concentrano la propria attività sulla gestione pubblica o sui diritti sociali. Non hanno tutte la stessa visione della società, e proprio per questo sarebbe sbagliato considerarle un modello unico.
Hanno però un elemento in comune. Prendono sul serio l’idea che la partecipazione richieda strumenti e che la leadership possa essere coltivata attraverso l’apprendimento.
La nuova esperienza di Camila Vallejo aggiunge un tassello a questo percorso. Porta l’attenzione sui giovani e sui diritti sociali, ricordando che una democrazia si misura anche nella capacità delle persone di comprendere le decisioni che incidono sulla loro vita.
Forse dovremmo ricominciare proprio da qui, anche in Europa. Dalle scuole, dalle associazioni, dai centri studi, dalle università, dai luoghi in cui persone di età diverse possano tornare a discutere senza l’ossessione di avere immediatamente ragione. Luoghi in cui la storia non venga insegnata come un catalogo di anniversari, ma come una straordinaria raccolta di esperienze umane, di scelte coraggiose, di errori e di possibilità ancora aperte.
Perché tra quei ragazzi che oggi ascoltano una lezione potrebbe esserci un futuro sindaco, un governatore, un ministro. Oppure un insegnante, un sindacalista, una giornalista, una persona che non ricoprirà mai un incarico pubblico e che saprà comunque contribuire alla vita democratica della propria comunità.
E forse la domanda più importante da rivolgere a una generazione giovane non è quando sarà finalmente pronta a prendere il nostro posto.
È se noi saremo abbastanza generosi e preparati da aiutarla a trovare il proprio.
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