di Federica Cannas

Il 29 settembre 1964 Mafalda fece il suo ingresso nel mondo con due strisce pubblicate sul settimanale argentino Primera Plana. In una metteva in difficoltà suo padre, nell’altra se la prendeva con il Paese perché, mentre disegnava una casa, le si era spezzata la matita.

Aveva già capito tutto.

Non del mondo, naturalmente. Quello non lo avrebbe capito mai del tutto, ed è probabilmente questa la ragione per cui siamo ancora qui a parlare di lei. Aveva capito che davanti alle cose che non funzionano esiste un gesto molto semplice: farsi delle domande.

Sono trascorsi sessantadue anni.

Da allora sono caduti muri e dittature, sono scomparsi Stati e ne sono nati altri, abbiamo visto finire la Guerra fredda, nascere Internet, abbiamo visto telefonini entrare in ogni tasca e un algoritmo nelle nostre conversazioni. Abbiamo mandato sonde oltre il sistema solare e possiamo parlare in tempo reale con qualcuno dall’altra parte del pianeta.

Eppure Mafalda continua a sembrarci contemporanea.

Di solito lo diciamo come un complimento. Forse dovremmo cominciare a considerarlo anche un problema.

Perché se una bambina disegnata negli anni Sessanta continua a essere perfettamente comprensibile quando parla di guerra, diseguaglianza, razzismo, diritti, autorità, informazione, condizione femminile e incapacità degli adulti di governare decentemente il pianeta, il merito è certamente di Quino. Ma qualche responsabilità appartiene anche a noi.

Il mondo non è ancora riuscito a dare torto a Mafalda.

La cosa più divertente è che una delle più celebri coscienze critiche del Novecento nacque per vendere elettrodomestici.

Nel 1963 Joaquín Salvador Lavado Tejón, per tutti Quino, ricevette l’incarico di creare una famiglia a fumetti per una campagna pubblicitaria destinata al lancio della linea Mansfield. I nomi dei personaggi avrebbero dovuto cominciare con la M. Quino disegnò quella bambina dalla testa enorme e dai capelli neri. La campagna non si fece e Mafalda rimase per qualche tempo senza una ragione per esistere.

Poi arrivò Primera Plana.

Il 29 settembre 1964 cominciò la sua seconda vita, quella vera. Nel marzo dell’anno successivo passò al quotidiano El Mundo, dove Quino arrivò a pubblicare sei strisce alla settimana. Nel 1966 uscì il primo volume: cinquemila copie esaurite in due giorni. L’Argentina aveva ormai scoperto che quella bambina parlava degli adulti molto più di quanto parlasse dei bambini.

Ed è proprio questo il primo equivoco da eliminare.

Mafalda non è mai stata davvero un fumetto per bambini.

La Biblioteca Nacional argentina la definisce un’opera capace di raccontare il pensiero, le paure, le illusioni e i conflitti della classe media urbana del proprio tempo. È nata dentro un’Argentina inquieta e dentro un mondo altrettanto inquieto. La Guerra fredda, il Vietnam, la bomba atomica, le dittature, il razzismo, il consumismo, l’emancipazione delle donne, la distanza crescente tra le promesse della politica e la vita quotidiana.

Quino prese tutto questo e lo fece entrare in un appartamento, in una scuola, in una strada di Buenos Aires.

Poi mise una bambina davanti a un mappamondo.

Era sufficiente.

Mafalda guarda il pianeta come si guarda qualcuno che ha la febbre. Lo controlla, lo ascolta, si preoccupa. Gli adulti, intorno a lei, sembrano invece aver sviluppato una straordinaria capacità di adattamento. Sanno che esistono guerre, fame, ingiustizie e dittature. Leggono il giornale. Ascoltano la radio. Commentano.

Poi vanno a lavorare.

Mafalda no.

Mafalda commette continuamente l’imprudenza di prendere sul serio quello che sente.

Se gli adulti dicono che vogliono la pace, vuole sapere perché continuano a fare la guerra. Se parlano di uguaglianza, guarda come vivono le persone. Se celebrano la libertà, controlla quanto siano realmente disposte ad accettarla.

È questo scarto tra ciò che il mondo proclama e ciò che il mondo fa a produrre buona parte dell’umorismo di Quino.

Perfino la minestra appartiene a questa storia.

Per generazioni abbiamo riso dell’odio di Mafalda per la sopa. Quino, però, spiegò che quella minestra era anche una metafora del militarismo e dell’imposizione politica.

Improvvisamente il capriccio infantile cambia significato.

Qualcuno ha deciso che devi mangiarla. Ti viene spiegato che ti farà bene. La tua opinione è irrilevante. L’autorità possiede già la risposta prima ancora che tu abbia formulato la domanda.

E Mafalda dice no.

Quino riesce così a trasformare uno dei conflitti più elementari dell’infanzia in una minuscola rappresentazione del rapporto tra individuo e potere. Senza un comizio. Senza una teoria. Senza togliere alla scena la sua comicità.

È questa una delle ragioni per cui Mafalda è politica senza essere propaganda.

Non distribuisce programmi elettorali e non consegna al lettore un manuale con le risposte corrette. Anzi, spesso non ha alcuna risposta. Possiede qualcosa di più scomodo. La domanda successiva.

E non è sola.

Intorno a lei Quino costruisce una piccola società.

Manolito crede nel negozio di famiglia, nel denaro, nel lavoro e nella pubblicità con una fede che talvolta assume proporzioni metafisiche. Susanita sogna il matrimonio, i figli e una rispettabile collocazione sociale. Felipe è pieno di immaginazione e continuamente sconfitto dai propri doveri. Miguelito possiede una logica talmente personale da riuscire qualche volta a rendere assurda quella degli altri. Libertad, arrivata più tardi, è piccolissima e porta addosso un nome enorme.

Quino avrebbe potuto costruire un universo nel quale Mafalda aveva ragione e gli altri torto.

Non lo fece.

Li fece amici.

Ed è forse uno degli aspetti meno celebrati e più moderni della sua opera. Quelle bambine e quei bambini rappresentano modi incompatibili di vedere il mondo, eppure continuano a incontrarsi, discutere, giocare, offendersi, riconciliarsi.

Nessuno viene espulso dal quartiere perché pensa male.

La società di Mafalda è piena di conflitti, ma conserva una cosa che le nostre società stanno lentamente perdendo: uno spazio comune nel quale il conflitto può avvenire.

Anche per questo il suo arrivo in Italia non fu casuale. Nel 1969 uscì Mafalda la contestataria, con una presentazione di Umberto Eco. Era l’Italia attraversata dal Sessantotto, dalle lotte studentesche e operaie, dalla critica all’autorità e da una generazione che aveva deciso di interrogare istituzioni considerate fino ad allora quasi naturali.

Una bambina argentina poteva sentirsi perfettamente a casa.

Ma ridurre Mafalda alla contestazione significherebbe impoverirla.

Mafalda non contesta perché ama contestare. Si arrabbia perché prende sul serio la possibilità che il mondo possa essere migliore di quello che è.

È una differenza decisiva.

Il cinismo osserva una contraddizione e conclude che nulla cambierà. Mafalda osserva la stessa contraddizione e domanda perché nessuno faccia qualcosa.

Per questo la sua ironia non è mai completamente disperata.

Quino smise di disegnare regolarmente Mafalda il 25 giugno 1973. Disse che cominciava a temere di ripetersi e che la striscia era diventata un impegno capace di divorare la sua vita quotidiana.

La storia, invece, non aveva nessuna intenzione di fermarsi.

Tre anni dopo il colpo di Stato militare instaurò in Argentina la dittatura che avrebbe segnato una delle pagine più tragiche della storia latinoamericana. Quino lasciò il Paese e si stabilì a Milano. Mafalda, nel frattempo, aveva già attraversato l’oceano.

E continuò a farlo.

Nel 1977 i suoi personaggi furono utilizzati, su richiesta dell’UNICEF, per illustrare i principi della Dichiarazione dei diritti del fanciullo. Era quasi una destinazione naturale per una bambina che aveva trascorso la propria esistenza editoriale chiedendo agli adulti di comportarsi meglio.

Poi arrivarono le traduzioni, le ristampe, le scuole, le biblioteche, le mostre, le statue. Mafalda passò dai giornali alle magliette, dalle librerie alle piazze, dalle edicole a Internet.

Ed è proprio Internet ad averle riservato uno degli scherzi più paradossali.

A Mafalda vengono attribuite continuamente frasi che Quino non ha mai scritto.

La bambina che interrogava il linguaggio degli adulti è diventata un contenitore nel quale gli adulti inseriscono le proprie parole. Si prende una sua immagine, si aggiunge una frase sulla vita, sull’amore, sulla politica o sulla felicità e la si lascia circolare. Se suona abbastanza intelligente, diventa Mafalda.

È difficile immaginare qualcosa che avrebbe irritato maggiormente Quino.

Ma forse c’è una ragione per cui continuiamo ad avere bisogno di farle dire qualcosa.

Mafalda possiede un’autorità particolare. Non quella di chi governa, insegna o predica. L’autorità di chi vede l’assurdo prima che l’abitudine riesca a renderlo normale.

Ed è qui che i sessantadue anni trascorsi dal 29 settembre 1964 diventano interessanti.

Possiamo prendere una vecchia striscia sulla guerra e riconoscerci. Possiamo prenderne una sull’ambiente e riconoscerci. Possiamo leggere quelle sull’informazione, sulla povertà, sul razzismo, sul ruolo delle donne, sulla politica internazionale e avere la tentazione di scriverci sotto “2026”

È consolante pensare che Quino fosse avanti.

Molto meno consolante è pensare che siamo noi a essere rimasti indietro.

Forse dovremmo smettere, almeno per un momento, di domandarci come abbia fatto Mafalda a rimanere così attuale e capovolgere la domanda.

Come abbiamo fatto noi a rendere ancora attuale Mafalda?

C’è qualcosa di profondamente politico in questa domanda, perché riguarda il modo in cui una società convive con ciò che sa essere sbagliato.

Le ingiustizie non diventano normali perché smettono di essere ingiuste. Diventano normali quando smettiamo di sorprenderci.

Quino aveva trovato un antidoto semplicissimo: guardare il mondo attraverso qualcuno che non aveva ancora avuto il tempo di abituarsi.

Una bambina.

Ed è per questo che Mafalda non invecchia.

Non perché avesse previsto il futuro. Non lo aveva previsto affatto. Il suo mondo aveva telefoni con il filo, giornali di carta, radio, Guerra fredda e adulti che fumavano in salotto. È un mondo lontanissimo dal nostro.

Eppure aveva individuato qualcosa che attraversa le epoche: la facilità con cui gli esseri umani imparano a convivere con ciò che fino al giorno prima consideravano inaccettabile.

Mafalda quella capacità non l’ha mai imparata davvero.

Forse l’eredità più politica che Quino ci ha lasciato non sta allora nelle opinioni della sua bambina, ma nelle cose alle quali rifiutava di abituarsi.

Le consegnò un pianeta pieno di guerre, diseguaglianze, propaganda, paure e grandi discorsi. Lei fece ciò che gli adulti avevano progressivamente smesso di fare.

Domandò perché.

Sessantadue anni dopo continuiamo a sorridere delle sue risposte.

Dovrebbe preoccuparci un po’ di più il fatto che siano rimaste quasi intatte le domande.

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