
di Federica Cannas
Il mate arriva sempre. Puoi essere l’ultimo del cerchio, puoi parlare mentre gli altri bevono, puoi distrarti, guardare altrove. Prima o poi qualcuno tenderà il braccio verso di te. E a quel punto tocca a te.
Forse è questa la cosa più interessante del mate.
Non il sapore amaro, non la bombilla, non il recipiente che passa di mano in mano. È quel piccolo momento nel quale un oggetto che apparteneva a tutti diventa, per pochi secondi, una tua responsabilità.
Lo prendi. Bevi. Lo restituisci.
Il giro continua.
È un gesto antico. La yerba mate appartiene alla cultura dei popoli guaraní da molto prima dell’arrivo degli europei. Nei secoli ha attraversato confini e trasformazioni, fino a diventare una presenza quotidiana soprattutto in Argentina, Uruguay e Paraguay.
Ma dentro quella consuetudine è rimasta una regola elementare.
Quando arriva il tuo turno, non puoi fingere che il mate sia ancora nelle mani di un altro.
È difficile non pensare a quanto sia diversa la nostra vita pubblica.
Abbiamo inventato molti modi per non avere mai davvero qualcosa tra le mani.
Possiamo essere d’accordo senza dirlo. Contrari senza dichiararlo. Possiamo aspettare di capire quale posizione sarà più conveniente e soltanto dopo scoprire che era sempre stata la nostra. Possiamo indignarci in privato e diventare prudentissimi in pubblico.
Esiste persino una forma elegante del silenzio. Si chiama opportunità.
Non sempre tacere significa avere paura. Esistono momenti nei quali il dubbio è intelligenza e la prudenza è responsabilità. Il problema comincia quando prudenza diventa il nome rispettabile che diamo alla convenienza.
Quando aspettiamo che qualcuno parli per primo.
Quando osserviamo da quale parte si sposta il consenso.
Quando una cosa è ingiusta, ma non abbastanza da rischiare qualcosa di nostro.
È allora che il giro del mate diventa una metafora sorprendentemente politica.
Perché una comunità funziona soltanto se, prima o poi, ciascuno accetta che arrivi il proprio turno.
Vale per i diritti.
Vale per la libertà.
Vale per il lavoro, per la pace, per la democrazia.
Ci piace ricordare le persone coraggiose quando il coraggio non è più necessario. Le celebriamo negli anniversari, ne stampiamo i volti, ripetiamo le loro frasi. Con il tempo le loro scelte sembrano persino semplici, perché conosciamo già il finale.
Ma chi prende posizione nel presente non conosce il finale.
Ed è questa la parte che dimentichiamo.
Salvador Allende non pronunciò le sue ultime parole sapendo quale posto avrebbe occupato nei libri di storia. Víctor Jara non sapeva che le sue canzoni sarebbero sopravvissute ai suoi assassini. Le Madres de Plaza de Mayo non iniziarono a camminare sapendo che un giorno il loro fazzoletto bianco sarebbe diventato un simbolo conosciuto nel mondo.
Nel momento della scelta non c’era ancora il monumento.
C’era il rischio.
È molto più facile stare dalla parte giusta quando la Storia ha già stabilito quale fosse.
La vera domanda riguarda sempre il presente.
Che cosa facciamo quando il risultato è ancora incerto?
Quando prendere posizione può costarci un’amicizia, un consenso, un incarico, una possibilità?
Quando sarebbe infinitamente più semplice aspettare?
Il nostro tempo possiede una strana abbondanza di opinioni e una sorprendente scarsità di posizioni.
Commentiamo tutto. Reagiamo a tutto. Giudichiamo persone lontane, governi lontani, guerre lontane. Abbiamo una parola per ogni avvenimento del mondo.
Poi la questione arriva vicino.
Entra nel nostro ufficio, nella nostra città, nel nostro partito, nel nostro gruppo di amici. Riguarda qualcuno che conosciamo. Può avere conseguenze.
Ed ecco che il linguaggio cambia.
Bisogna contestualizzare.
Bisogna aspettare.
Non è il momento.
Non abbiamo tutti gli elementi.
A volte è vero.
Altre volte stiamo semplicemente aspettando che il mate passi senza doverlo prendere.
Eppure nessuna democrazia può vivere soltanto del coraggio degli altri.
La libertà che ereditiamo è stata quasi sempre pagata da qualcuno che, nel proprio tempo, avrebbe avuto ottime ragioni per voltarsi dall’altra parte.
Questo non significa trasformare ogni scelta in una battaglia. Il coraggio non è urlare più forte. Non è avere sempre ragione. E non consiste neppure nell’esibire continuamente la propria coerenza.
A volte il gesto più coraggioso è dire “ho sbagliato”.
Altre volte è restare soli in una stanza nella quale tutti sembrano pensarla diversamente.
Altre ancora è pronunciare una frase semplicissima.
“Non sono d’accordo”.
E accettare ciò che viene dopo.
Forse per questo mi piace immaginare la democrazia come un giro di mate.
Nessuno dovrebbe tenerlo per sempre.
Nessuno dovrebbe esserne escluso.
Nessuno dovrebbe decidere per tutti che cosa debbano bere.
Ma quando arriva nelle nostre mani, abbiamo una responsabilità.
Possiamo tenerlo qualche secondo.
Possiamo sentirne l’amaro.
Possiamo persino scoprire che non ci piace.
Poi dobbiamo fare qualcosa.
Perché esiste un momento in cui aspettare è saggezza. E ne esiste un altro in cui aspettare significa soltanto lasciare che siano gli altri a scegliere il mondo nel quale vivremo.
Il difficile è riconoscere la differenza.
Il mate, almeno, non concede molti alibi.
Passa da una mano all’altra.
Finché arriva alla nostra.
E quando arriva il nostro turno, guardare altrove non significa che il giro si sia fermato.
Significa soltanto che qualcun altro dovrà avere il coraggio che è mancato a noi.
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