di Federica Cannas
In Colombia il 7 agosto è il giorno della battaglia di Boyacá, il giorno in cui nel 1819 si decise che questo paese sarebbe stato libero. Da allora, ogni quattro anni, un presidente entra a Casa de Nariño proprio in quella data, come se la storia dovesse ricordare a ogni nuovo governo da dove viene la sua legittimità. Quest’anno, per la prima volta, quella data sembra un conto alla rovescia.
Gustavo Petro lo ha detto lui stesso, senza ambiguità. Il suo governo finisce il 6 agosto a mezzanotte. Non un minuto dopo. Lo ha ripetuto quasi a voler chiudere ogni spazio a chi, in questi mesi, ha insinuato che potesse cercare scorciatoie. Non resterò al potere oltre il termine costituzionale, ha detto, perché sono un democratico e obbedisco al popolo, a nessun altro. È, in un certo senso, la sintesi di tutto quello che è stato questo governo. La scommessa di dimostrare che la sinistra latinoamericana, quella che per decenni è stata raccontata come sinonimo di instabilità o di deriva autoritaria, sa anche perdere. O almeno, sa rispettare le regole del gioco anche quando le regole del gioco la feriscono.
Perché Petro ha perso, e lo sa. Il 21 giugno la Colombia ha scelto Abelardo de la Espriella, con un margine strettissimo, meno di un punto percentuale su Iván Cepeda, il candidato che il petrismo aveva indicato come erede. Ed è qui che la storia di questi ultimi giorni si fa più amara e più vera. Il primo presidente di sinistra nella storia della Colombia, eletto dopo duecento anni di repubblica in mano ad altri, chiude il suo mandato non nell’orgoglio di una transizione serena, ma con la convinzione di essere stato derubato. Non parla di frode monumentale, di milioni di voti manipolati. Parla di ottocentoquarantottomila voti, un numero preciso, quasi chirurgico, che restituisce l’immagine di un uomo che ha fatto i conti, letteralmente, con la propria sconfitta e non l’accetta come definitiva. Ha presentato una richiesta di nullità. Ha detto che non stringerà la mano al suo successore, che non sarà da nessuna parte il 7 agosto. Ha parlato di frode, non di sconfitta.
Eppure il 20 luglio, giorno dell’indipendenza, quando è salito per l’ultima volta alla tribuna del Congresso e poi è sceso in piazza a Ciudad Bolívar, nel sud di Bogotá, il quartiere popolare che ha scelto apposta per il suo ultimo discorso pubblico, non ha parlato solo di complotti. Ha parlato di quello che considera il suo lascito. La povertà diminuita, i ceti medi cresciuti, i soldati e i militari con condizioni di lavoro migliori, la sicurezza che, a suo dire, oggi sta meglio di quanto stesse quando lui arrivò al potere. Ha detto una frase che vale la pena ricordare, perché racconta più di mille analisi, “poteva andare meglio, ma questo è stato un governo che passerà alla storia come uno dei migliori nella storia della Colombia”. È la frase di chi sa che il giudizio definitivo non gli appartiene più, e che lo affida, con un misto di orgoglio e disperazione, al tempo.
C’è qualcosa di struggente in questo epilogo, ed è la solitudine dell’addio. Petro e De la Espriella non si sono mai incontrati, non si sono mai parlati. È la prima volta, nella storia recente del paese, che due presidenti, uscente ed entrante, arrivano al giorno del passaggio di consegne senza essersi mai guardati negli occhi. Il protocollo dell’empalme, quel dialogo istituzionale che dovrebbe garantire continuità allo Stato al di là delle ideologie, si è rotto. Gli ambasciatori sono stati invitati a dimettersi con giorni di anticipo sul termine di legge, i ministeri si affidano a incaricati, alcuni doppi, in un governo che in quattro anni ha cambiato sessantacinque ministri, uno ogni ventuno giorni in media. È il ritratto di un potere che si dissolve prima ancora di essere consegnato.
E però. Però resta, sotto la polemica e sotto la rabbia, l’immagine di un uomo che nel suo ultimo discorso ha impugnato ancora una volta la spada di Simón Bolívar, il simbolo che lo ha accompagnato fin dalla sua investitura, e ha ricordato ai militari l’importanza della Costituzione del 1991, quella che lui stesso, da giovane, contribuì a immaginare come parlamentare della Alianza Democrática M-19, trentacinque anni fa. C’è una coerenza commovente in questo. Chi ha impugnato le armi ed ha finito ora per difendere lo Stato, fino all’ultimo minuto del suo mandato. Non so quante altre volte avremo l’occasione di scrivere di un presidente colombiano capace di reggere questo peso simbolico, questa tensione fra rivoluzione e istituzione, fra utopia e bilancio di governo. Forse è per questo che il 6 agosto a mezzanotte, somiglia a un sipario che si chiude su un’epoca politica intera, quella in cui l’America Latina ha creduto, ancora una volta, che si potesse governare da sinistra.
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