di Federica Cannas

Il ferro contro la roccia, i martelli perforatori, i carrelli sui binari, le esplosioni che aprivano varchi. Poi il buio delle gallerie, la polvere che entrava nei polmoni prima ancora che nelle parole, il caldo che toglieva il fiato. Chi scendeva in miniera sapeva che il turno poteva non finire bene.

Era un rumore feroce, non c’è da rimpiangerlo. Consumava i corpi, li faceva ammalare, spesso li seppelliva. Eppure quel rumore aveva un effetto collaterale che oggi ci manca senza che ce ne accorgiamo. Rendeva visibile la fatica degli altri. Non potevi far finta di non sapere cosa succedeva al minatore nella galleria accanto, perché lo sentivi, letteralmente, nelle ossa.

Da lì è nato quasi tutto. Orario di lavoro, sicurezza, salario, ferie, pensione. Parole che oggi suonano scontate, ma che sono passate prima per gli scioperi, le sconfitte, i morti contati uno per uno. Non un’astrazione chiamata “classe operaia”, ma uomini che si riconoscevano perché condividevano lo stesso buio.

Quel mondo è finito, e va bene così. Nessuno lo rimpiange davvero. Era un mondo che ti consumava in cambio di un salario. Il problema non è che sia sparito. Il problema è cosa ha portato via con sé.

Oggi si può lavorare da una stanza per qualcuno che sta dall’altra parte del pianeta, avere colleghi che esistono solo dentro uno schermo, cambiare azienda senza cambiare sedia. È una libertà reale, non va liquidata come un inganno. Ma è una libertà silenziosa. Il collega precario non fa rumore. Manda una mail, aggiorna un profilo, si licenzia in chat. La sua fatica smette di essere un fatto pubblico e diventa un fatto privato, qualcosa che riguarda lui e il suo terapeuta, non lui e il sindacato.

È il trucco più elegante che il capitalismo abbia mai inventato. Non ha eliminato lo sfruttamento, lo ha reso silenzioso. Un salario basso diventa un problema di autostima. Un contratto precario diventa una scelta di libertà. La disperazione, ridistribuita in milioni di solitudini identiche, smette di sembrare un fatto politico e comincia a sembrare un fatto caratteriale.

Si parla moltissimo di lavoro, di produttività, di competenze. Si parla sempre meno di lavoratori, perché il lavoratore, per esistere come categoria politica, ha bisogno di vedersi allo specchio negli altri. E lo specchio, oggi, non esiste più.

L’intelligenza artificiale arriva dentro questo silenzio, non prima. Non è lei il problema, o almeno non lo è di per sé. Entra negli uffici, nella scrittura, nella traduzione, nella ricerca, e può liberare tempo, moltiplicare capacità o concentrare potere.

La domanda decisiva non è se le macchine prenderanno il nostro posto. È chi deciderà come verranno utilizzate e a vantaggio di chi. Una domanda antica dentro un mondo nuovissimo.

Una cultura progressista dovrebbe ripartire anche da qui. Senza nostalgia per un lavoro che consumava il corpo e accorciava la vita, ma senza dimenticare che quelle donne e quegli uomini avevano imparato a riconoscere nell’esperienza dell’altro qualcosa della propria.

Quel mondo è rimasto sottoterra insieme a una parte del Novecento. Nessuno desidera ritornarvi. Ma qualcosa sarebbe utile riportare in superficie. La capacità di riconoscere una condizione comune, di trasformare una difficoltà individuale in una domanda collettiva, di capire che il destino di chi lavora accanto a noi riguarda anche noi.

Oggi il lavoro ha altri luoghi, altri strumenti, perfino altre intelligenze. La questione, però, resta sorprendentemente simile.

Trovare un modo nuovo per dire noi.

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