
di Federica Cannas
Oggi Salvador Allende non va ricordato per come morì.
Va ricordato per come vinse e governò.
Il 4 settembre 1970, cinquantasei anni fa, più di un milione di cileni scrisse il suo nome sulla scheda elettorale e affidò a un medico socialista di sessantadue anni un’impresa che sembrava quasi impossibile: cambiare profondamente il Cile attraverso la democrazia.
Allende ottenne il 36,2 per cento dei voti, davanti a Jorge Alessandri. Non essendoci la maggioranza assoluta, sarebbe stato poi il Congresso a eleggerlo presidente, secondo quanto prevedeva la Costituzione cilena.
Ma la vittoria politica era già arrivata quella sera.
Ed è importante tornare proprio a quella sera, perché la memoria ha finito per raccontare Allende quasi sempre partendo dalla fine. La Moneda, l’elmetto, gli aerei, l’ultimo discorso alla radio, l’11 settembre 1973.
Ma prima dell’uomo che morì difendendo la democrazia c’era stato l’uomo che aveva convinto un popolo che attraverso la democrazia si potesse cambiare la società.
È questo il 4 settembre.
Allende non chiedeva semplicemente di governare meglio il Cile. Voleva modificare la distribuzione della ricchezza e del potere, restituire allo Stato il controllo delle grandi risorse naturali, accelerare la riforma agraria, ampliare l’accesso alla scuola e alla sanità, migliorare concretamente le condizioni di vita delle classi popolari.
E quelle idee diventarono atti.
Nel 1971 la nazionalizzazione della grande industria del rame fu approvata all’unanimità dal Congresso. Il rame, la ricchezza che usciva dalle montagne cilene, diventava patrimonio nazionale.
La riforma agraria, iniziata prima di Allende, con Unidad Popular conobbe una fortissima accelerazione. Migliaia di proprietà furono espropriate e redistribuite.
Poi c’era una misura apparentemente minuscola davanti alle grandi battaglie economiche del Novecento: mezzo litro di latte al giorno per ogni bambino cileno.
Forse proprio quel latte racconta Allende meglio di molte formule ideologiche.
Perché una riforma diventa potente quando arriva nella vita di qualcuno. Quando la giustizia diventa una scuola frequentata, una cura ricevuta, una terra lavorata, un salario, un bicchiere di latte.
Naturalmente quei mille giorni furono anche conflitto, inflazione, scarsità di beni, errori, divisioni e una polarizzazione sempre più dura. La storia di Unidad Popular non ha bisogno di essere trasformata in una leggenda per conservare la propria grandezza.
La sua forza sta anche nella radicalità della domanda che pose.
Fino a che punto può spingersi una democrazia quando decide che votare non basta e che la politica deve cambiare davvero le condizioni materiali dell’esistenza?
Cinquantasei anni dopo è una domanda sorprendentemente contemporanea.
Per questo oggi vale la pena fermare per un momento l’orologio della storia prima dell’11 settembre 1973.
Prima delle bombe.
Prima del golpe.
Prima dell’ultimo discorso di Allende alla radio.
E tornare alla sera del 4 settembre 1970, quando il futuro era ancora completamente aperto e nelle strade di Santiago migliaia di persone festeggiavano pensando che la politica potesse fare qualcosa di enorme e, insieme, semplicissimo.
Cambiare la vita.
Quel giorno Salvador Allende vinse un’elezione.
Ma soprattutto riuscì a far credere a un popolo che trasformare il proprio Paese fosse possibile.
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