Añoranza

di Federica Cannas

Porto di Buenos Aires, verso la fine dell’Ottocento. Il porto vero. Odore di pece e di sudore, carichi di cuoio e di carne, urla in dieci lingue diverse. Italiani di Napoli e di Palermo. Spagnoli Galiziani. Africani. Nativi guaraní strappati dalle loro terre. Tutti scaraventati insieme nei conventillos, i caseggiati popolari dove una famiglia dormiva in un’unica stanza, separata dalla famiglia vicina da un muro di cartone e da un silenzio che non esisteva mai.

Dal rumore di quell’ammasso umano nasce il tango. Nasce nei patii dei conventillos, nelle academias, i locali da ballo clandestini, e nei bordelli dei sobborghi. Nasce dove la gente non ha niente da perdere tranne l’illusione di stringere qualcuno a sé per tre minuti.

Il tango è l’unica forma d’arte che nasce già meticcia, già rivoluzionaria nella sua composizione.

Le parole del tango non sono scritte in spagnolo. Sono scritte in lunfardo, il gergo dei sobborghi, il codice criptato che gli immigrati e i loro figli avevano costruito per parlare senza essere capiti dalle autorità. Il lunfardo è già, per natura, un atto di resistenza linguistica. È la lingua degli esclusi che si danno un nome e una grammatica.

Quando Gardel canta Sur, sta mettendo a verbale la realtà di migliaia di persone che non avevano avvocati, non avevano sindacalisti, non avevano nessuno. La poesia del tango è, in questo senso, una forma di cronaca sociale prima ancora che di arte.

C’è una parola che in Argentina non ha traduzione esatta: añoranza. È più della nostalgia italiana, è un dolore attivo, un desiderio che sa di essere impossibile, una ferita che non vuole guarire perché guarire significherebbe dimenticare. Il tango è costruito su questa parola.

Ma di cosa ha nostalgia il tango? La nostalgia del tango è la nostalgia del migrante che ricorda un paese che probabilmente non era neanche così bello, ma che era suo. È la nostalgia del figlio di immigrati che non ha un paese da ricordare e allora se ne inventa uno nei vicoli del quartiere. È la nostalgia del lavoratore che ricorda quando era giovane e il corpo non lo tradiva ancora.

Questa nostalgia ha una funzione politica ben precisa. Tiene viva la memoria delle proprie radici. 

Parliamo del corpo. Il tango si balla abbracciati, e in un’epoca in cui la Chiesa condannava la commistione tra corpi di persone non sposate, in cui la borghesia costruiva la propria identità sulla distanza fisica come simbolo di distinzione morale, questo metteva insieme uomini e donne del popolo in un abbraccio stretto, aperto, democratico.

Le élite di Buenos Aires, all’inizio, rifiutano il tango con disgusto. Lo chiamano musica da bordello, ballo di negri e di italiani. E in questo rifiuto c’è tutta la lotta di classe dell’epoca. Il disgusto della classe dominante per il tango è esattamente il disgusto per chi il tango lo balla. I corpi sudati, i corpi poveri, i corpi che lavorano.

Solo quando Parigi lo adotta, verso il 1910, la Buenos Aires elegante si convince che il tango è frequentabile. È una delle ironie più taglienti della storia culturale latinoamericana. Una musica popolare che viene rilegittimata in patria solo dopo il visto d’ingresso dell’Europa. Come se il popolo non potesse essere arbitro di ciò che ha creato.

Il barrio è l’unità politica fondamentale del tango. Il barrio, il quartiere con la sua farmacia dove si fa credito, con il forno dove si lascia riscaldare la minestra dei vicini, con l’angolo dove i ragazzi si trovano la sera.

Il tango non è internazionalista nel senso dell’Internazionale Socialista. È qualcosa di più concreto e forse più onesto, è localista. Il suo orizzzonte solidale è il cortile, la via, il rione. Ma in quel cortile si pratica una forma di socialismo viscerale, non teorizzato, fatto di pasta condivisa e di funerali ai quali partecipa tutto il palazzo.

Il tango non è socialista, ma lo è profondamente nell’etica quotidiana che descrive e celebra. L’etica della mutualità e del noi contro la sorte cinica.

Dipende da cosa si intende per socialismo. Il tango diffida profondamente di chiunque venga a promettergli il paradiso.

Ma se socialismo significa la convinzione che nessun essere umano debba essere lasciato solo nella notte, che il dolore del povero valga quanto il dolore del ricco, che la solidarietà sia l’unica forma di forza che i deboli possono permettersi, allora sì. Il tango è socialista fino al midollo.

È socialista come lo è un pasto condiviso. Come lo è una coperta passata al vicino. 

Il tango non ha mai preso la tessera di partito. Ma ogni volta che due corpi si abbracciano sulla pista e si dicono senza parole io ci sono, tu non sei solo, ecco, in quel gesto minuscolo e totale, c’è più politica che in cento congressi.

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