
di Federica Cannas
Ogni Mondiale racconta una storia che va oltre il campo. Quarantotto anni fa, in Argentina, la Coppa del Mondo fu il sipario perfetto per nascondere al mondo l’orrore di una dittatura che stava divorando il suo stesso popolo.
Nel giugno del 1978, mentre l’Argentina stava per conquistare la sua prima Coppa del Mondo, a poche centinaia di metri dallo stadio Monumental del River Plate, la Escuela de Mecánica de la Armada continuava a inghiottire persone. Vi passarono circa cinquemila persone, prelevate senza che nessuno rispondesse mai della loro sorte, persone che il regime negava esistessero. E durante le partite della nazionale si interrompevano le torture, i voli della morte, i rapimenti, perché anche i carnefici volevano ascoltare il boato dello stadio. Osvaldo Ardiles, che quella finale la giocò, lo ha raccontato con una lucidità che fa male. Quando l’Argentina segnava, pensava che anche dalla scuola di meccanica navale, a tre-quattrocento metri, potessero sentire, e si è chiesto per anni cosa provassero i prigionieri in quel momento.
La decisione di assegnare il Mondiale all’Argentina era arrivata dieci anni prima, quando il paese era un altro paese. Poi, il 24 marzo 1976, la giunta di Videla, Massera e Agosti aveva sospeso la Costituzione. Da lì in avanti sequestri, sparizioni, torture sistematiche in oltre trecento centri clandestini. Nessuno fece un passo indietro sull’organizzazione del torneo, anzi. Il regime capì che il calcio poteva essere il miglior alibi mai scritto, e vi investì cifre colossali. Non serviva soltanto a distrarre venticinque milioni di argentini dal terrore quotidiano, serviva soprattutto a comprare credibilità internazionale, a mostrare al mondo un paese normale, ordinato, capace di organizzare un evento planetario, mentre a poche centinaia di metri dagli stadi si scavava la fossa comune di un’intera generazione. Ogni delegazione straniera che sbarcava a Ezeiza, ogni telecronaca che raccontava solo gol e coreografie, era una certificazione di normalità che Videla non avrebbe potuto comprare in nessun altro modo. Il Mondiale fu un lasciapassare diplomatico.
Ed è qui che l’Argentina si distingue, in modo quasi scolastico, dal Cile di Pinochet. Il golpe cileno dell’11 settembre 1973 fu un atto dichiarato e plateale. I bombardieri sopra la Moneda in pieno giorno, il coprifuoco annunciato via radio, un generale che si intestò subito il potere e non nascose mai di essere un dittatore, costruendo anzi un culto della propria immagine. Il golpe argentino del 24 marzo 1976 fu invece un’operazione notturna, silenziosa, quasi burocratica. Isabel Perón arrestata in elicottero mentre il paese dormiva, i comunicati letti alla radio la mattina dopo come se nulla fosse. Da lì in poi la dittatura argentina scelse sistematicamente l’ombra invece della piazza. Non ci fu mai un decreto che ammettesse l’esistenza dei centri clandestini, non ci furono mai cifre ufficiali di morti, non ci fu mai, semplicemente, ammissione. La parola d’ordine fu la negazione totale. I desaparecidos non erano prigionieri, non erano cadaveri, non erano nulla, perché il regime si ostinò a dire che non erano mai esistiti. Le Ford Falcon verdi senza targa, i sequestri notturni, i corpi mai restituiti alle famiglie. Tutto questo apparato, a differenza della retorica muscolare e teatrale di Pinochet, lavorava proprio perché restava invisibile, negabile, plausibilmente inesistente agli occhi di chi non voleva vedere. Videla si presentava in abito civile, andava a messa, consegnava trofei sportivi con lo stesso sorriso composto di un capo di stato qualunque. La sua arma non fu l’arroganza dichiarata di Pinochet, ma la finzione di normalità istituzionale, un teatro di apparente stato di diritto costruito apposta per rendere innominabile l’orrore che vi scorreva sotto.
Chi se ne accorse, mentre il torneo era ancora in corso? In Italia, quasi tutta la stampa scelse il silenzio o la cronaca sportiva pura. Il Corriere della Sera era allora sotto il controllo di Angelo Rizzoli e della P2 di Licio Gelli, che l’anno prima aveva acquisito il gruppo editoriale argentino Abril, in cambio, di fatto, di una linea morbidissima verso la giunta militare. Nel 1977 il giornale aveva già allontanato da Buenos Aires Giangiacomo Foà, il corrispondente che più si era esposto nel denunciare i crimini dei militari, e per il Mondiale il direttore Franco Di Bella escluse dalla trasferta Enzo Biagi, giudicato troppo poco addomesticabile. Due voci, però, si smarcarono davvero, e lo fecero mentre le partite si giocavano. Gian Paolo Ormezzano, su Tuttosport, raccontò ai suoi lettori lo sgomento per quanto stava accadendo in Argentina. E Gianni Minà, inviato Rai, durante una conferenza stampa incalzò l’ammiraglio Carlos Alberto Lacoste, il responsabile dell’organizzazione del torneo, chiedendogli conto della sorte dei desaparecidos e della disperazione delle Madri di Plaza de Mayo. La risposta fu l’espulsione immediata dal paese, prima ancora della finale.
Tra i calciatori, un gesto vero, isolato e mai spiegato pubblicamente, resta quello di Jorge Carrascosa, capitano della nazionale argentina, che si ritirò dal calcio alla vigilia della convocazione senza mai dire perché, lasciando che fossero altri, negli anni, a raccontare per lui una storia di dignità che lui stesso non ha mai confermato né smentito. Gesti di protesta visibile dentro gli stadi, in realtà, non vennero da nessun calciatore.
Il 25 giugno l’Argentina batté 3-1 l’Olanda ai supplementari. Videla consegnò la coppa a Passarella. Il popolo argentino pianse di gioia per una notte, e tornò a piangere di dolore il giorno dopo, per altri cinque anni di dittatura. Chi si accorse di cosa stava succedendo, in quei ventidue giorni, lo fece quasi sempre da solo, pagando un prezzo immediato, un’espulsione, un trasferimento coatto, l’esclusione da una trasferta. Il resto del mondo scelse di ascoltare solo il boato dei goals.
e poi scegli l'opzione