di Federica Cannas
Duecento anni di Moneda, due modi di stare al mondo. La fotografia, scattata giovedì scorso sul frontone del Palacio de La Moneda, vale più di mille comunicati istituzionali. José Antonio Kast al centro, con la sobrietà rigida di chi occupa una carica che non gli appartiene ancora del tutto. Alla sua destra Eduardo Frei, decano della vecchia Concertación. Alla sua sinistra Gabriel Boric, il presidente più giovane della storia cilena, che ha lasciato il potere solo pochi mesi fa consegnandolo al suo opposto ideologico. Il pretesto era il Bicentenario dell’istituzione presidenziale cilena, creata nel 1826 con Manuel Blanco Encalada come primo titolare. Ma il contenuto era altro: una messa in scena della continuità repubblicana che diceva più sulle fratture del Cile contemporaneo di quanto qualunque discorso ufficiale avrebbe potuto ammettere. Perché Kast non è un presidente qualunque per la sinistra cilena e latinoamericana. È l’espressione più compiuta della restaurazione conservatrice che ha attraversato il continente negli ultimi anni, l’erede politico di un pinochetismo mai del tutto elaborato. Boric, che di quella storia porta il segno opposto, il presidente delle rivolte studentesche, della nuova costituzione tentata e fallita, del linguaggio dei diritti come architrave del discorso pubblico, si è presentato comunque a quell’appuntamento. Un gesto che sembrava dire più delle parole che sarebbero seguite. C’è qualcosa di quasi ostinato nella scelta di Boric di esserci, di non concedere all’avversario la scena senza contendergliela con la propria presenza, di trasformare un pranzo protocollare in un atto politico silenzioso ma inequivocabile. Quello di chi ha governato con l’ambizione di cambiare tutto e oggi sceglie comunque di sedersi al tavolo di chi quel cambiamento lo ha smontato pezzo per pezzo. Perché ha compreso, forse meglio di molti dei suoi elettori, che la democrazia si misura nella capacità di riconoscere l’avversario come parte legittima dello stesso ordine repubblicano. Ed è per questo che le sue parole, quando sono arrivate, hanno avuto il peso che la circostanza richiedeva. Al Museo Histórico Nacional, dove la cerimonia si è chiusa nel pomeriggio, Boric ha riconosciuto senza ambiguità che con Kast sono stati rivali in idee, ma li unisce il Cile, facendo una distinzione netta tra l’avversario politico e l’istituzione che entrambi hanno servito e servono. Ha aggiunto che quell’invito rappresentava la continuità della Repubblica e la forza delle sue istituzioni, ricordando che ognuno di loro passa, mentre restano il popolo e le istituzioni. Una frase che nella sua semplicità racchiude l’intera lezione democratica cilena degli ultimi trentacinque anni. Quella secondo cui la persona che occupa il potere è sempre più piccola dell’istituzione che lo custodisce. Un’affermazione che merita di essere presa sul serio, non liquidata come pura cortesia diplomatica. Perché in un continente dove il passaggio di potere resta spesso una ferita aperta, dove l’avversario sconfitto viene incriminato, esiliato, delegittimato, il gesto di un ex presidente di sinistra che si presenta a fianco di chi ha smontato pezzo per pezzo la sua eredità riformista non è affatto scontato. Lo stesso Miguel Aylwin, figlio del primo presidente della transizione democratica, ha aperto la cerimonia ricordando che i presidenti sono di tutti i cileni e non solo dei loro sostenitori, richiamando le parole di suo padre nel 1990: il Cile è uno solo. Kast, dal canto suo, ha chiuso la giornata rivendicando il Cile come esempio di democrazia a livello internazionale. Una frase che suona quasi ironica se pronunciata da chi guida oggi un governo con un’approvazione in caduta libera, ferma al 38% secondo l’ultima rilevazione Cadem, mentre la disapprovazione sale al 58%. Perché la retorica della democrazia esemplare stona con la fragilità reale del suo consenso. La fotografia del Bicentenario arriva così in un momento di debolezza per l’attuale amministrazione, un momento in cui la partecipazione di Boric e Frei assume un valore ulteriore: non un’investitura né un’assoluzione, ma un atto di rispetto istituzionale che il presidente in carica avrebbe bisogno di guadagnarsi ogni giorno, anche fuori da quel frontone fotografato. Restano sullo sfondo le assenze. Michelle Bachelet, fuori dal paese. Ricardo Lagos, ritirato dalla vita pubblica dal 2024. Sebastián Piñera e Patricio Aylwin, rappresentati dalle loro famiglie: presenze che parlano di lutti non ancora del tutto elaborati nella memoria democratica cilena. Ma la sostanza resta quella. Due presidenti agli antipodi ideologici, capaci, almeno per un pomeriggio, di separare la persona dall’incarico e di ricordare che le istituzioni, quando funzionano davvero, sopravvivono a chi le rappresenta. Ed è forse questo l’insegnamento più prezioso che la vicenda cilena consegna al resto del continente in un’epoca di polarizzazione crescente: che la forza della democrazia non sta nell’assenza di conflitto ideologico, che anzi è connaturato a qualsiasi sistema politico vivo, ma nella capacità di quel conflitto di fermarsi davanti alla soglia dell’istituzione condivisa. Di riconoscere che chi ha vinto le elezioni e chi le ha perse restano entrambi parte dello stesso patto repubblicano. E che davanti a quella soglia le appartenenze di partito, per quanto radicate e sentite, devono cedere il passo a qualcosa di più grande: la continuità dello Stato, il rispetto per chi lo ha guidato prima di noi, la certezza che la democrazia viene prima di ogni bandiera, prima di ogni rivalsa, prima persino della propria biografia politica.
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