di Federica Cannas

La giustizia più pericolosa non è quella che fallisce. È quella che non ha più bisogno di essere verificata da nessun altro se non da chi la esercita.

Ci sono gialli che risolvono un mistero. E ce ne sono altri che, una volta letti, ne aprono uno molto più grande.

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie è il romanzo giallo più venduto della storia, tradotto in decine di lingue e capace di attraversare quasi un secolo senza perdere forza. Eppure, ogni volta che se ne parla, l’attenzione si concentra soprattutto sull’enigma, sull’assassino, sul finale sorprendente.

È comprensibile. Ma è anche riduttivo.

Sotto quella trama perfetta si nasconde una riflessione sul potere che oggi appare persino più attuale di quanto fosse nel 1939.

La storia è nota. Dieci persone vengono attirate su un’isola isolata dalla costa inglese. Ognuna porta con sé una colpa rimasta impunita. Una voce misteriosa le accusa pubblicamente e, poco dopo, comincia un’esecuzione metodica.

L’assassino non elimina soltanto delle vittime. Costruisce un processo, raccoglie le prove, formula il capo d’accusa, emette la sentenza ed esegue la pena. Da solo.

È questo il vero centro del romanzo. Non il delitto, ma l’idea che una sola persona possa concentrare nelle proprie mani tutte le funzioni della giustizia.

È un’idea che dovrebbe inquietare qualsiasi democrazia.

Chi ha vissuto sulla propria pelle un potere che si è fatto giudice, accusa e boia insieme, riconosce quella stanza sull’isola. Non ha bisogno di immaginarla. L’ha già attraversata, in una forma o nell’altra, nella storia reale di chi ha pagato per non essersi mai sottomesso a un’autorità che si credeva sopra ogni verifica. Ed è forse questo il motivo per cui certi lettori, ancora oggi, chiudono il libro con un nodo alla gola che non ha nulla a che fare con la suspense.

La forza delle istituzioni democratiche non nasce infatti dall’infallibilità di chi le rappresenta. Nasce dalla separazione dei poteri, dalla possibilità di controllo reciproco, dalla trasparenza, dalla verifica continua. Nessuno può essere così sicuro di avere sempre ragione, da non dover rispondere a nessuno.

Quando questo principio viene meno, il rischio non riguarda soltanto i tribunali. Vale per la politica, per l’informazione, per l’economia, perfino per i social network, dove ogni giorno si celebrano processi sommari che spesso si concludono prima ancora che emergano i fatti.

Il giudice Wargrave, uno dei personaggi più memorabili creati da Christie, non è semplicemente un assassino. È un uomo convinto di incarnare una giustizia superiore.

Ritiene che il sistema abbia lasciato impuniti alcuni colpevoli. Da questa convinzione nasce una domanda apparentemente ragionevole. Se la legge non punisce tutti, qualcuno deve intervenire?

La risposta che il romanzo offre è netta.

No.

Perché il momento in cui un individuo si attribuisce il diritto di decidere chi debba vivere e chi debba morire coincide con la fine della giustizia e con l’inizio dell’arbitrio.

È una lezione che supera il genere poliziesco.

Ed è proprio questa profondità ad aver reso Dieci piccoli indiani un’opera rivoluzionaria.

Agatha Christie rompe quasi tutte le regole del giallo classico.

Elimina la figura rassicurante del detective capace di rimettere ordine nel caos. Costringe il lettore a condividere l’incertezza dei protagonisti. Trasforma ogni personaggio in un possibile colpevole e in una possibile vittima. Costruisce una tensione crescente in uno spazio chiuso, senza inseguimenti spettacolari né effetti speciali.

Ogni dialogo ha un peso.

Ogni oggetto diventa un indizio.

Ogni dettaglio può cambiare il significato dell’intera storia.

Molti dei gialli contemporanei, dai romanzi alle serie televisive, nascono proprio da queste intuizioni narrative.

Ma l’innovazione più straordinaria è forse un’altra.

Agatha Christie capisce che il lettore non vuole soltanto conoscere il colpevole.

Vuole interrogarsi su se stesso.

Mentre la paura cresce, ciascun personaggio è costretto a fare i conti con la propria coscienza. Il tribunale più difficile non è quello organizzato dall’assassino. È quello interiore.

Ed è qui che il romanzo smette di appartenere soltanto alla letteratura.

Perché ogni società democratica vive di una domanda semplice e decisiva.

Chi controlla il potere? Vale per i governi.

Vale per i parlamenti. Vale per i mezzi di informazione. Vale anche per chi amministra la giustizia.

Significa ricordare che l’autonomia non coincide mai con l’assenza di responsabilità. In una democrazia nessun potere può considerarsi assoluto, perché ogni potere, proprio per restare legittimo, deve accettare il confronto con regole, controlli e limiti.

È un principio che Agatha Christie racconta senza scrivere un saggio e senza impartire lezioni.

Lo affida a una storia.

Forse è questa la ragione per cui, a distanza di quasi novant’anni, milioni di lettori continuano a entrare in quella casa sull’isola con lo stesso senso di inquietudine.

Credono di leggere un giallo.

In realtà stanno entrando in un dibattito antico quanto la civiltà.

Che cos’è la giustizia?

Quando finisce il diritto e comincia la vendetta?

E soprattutto, chi può davvero permettersi di dire l’ultima parola sulla colpa di un altro essere umano?

Le grandi opere non sopravvivono perché raccontano bene il loro tempo. Sopravvivono perché continuano a interrogare il nostro.

Ed è per questo che leggere oggi Agatha Christie non significa soltanto riscoprire una straordinaria narratrice. Significa accettare una sfida. Guardare oltre il delitto, oltre l’enigma, oltre il colpevole.

Per accorgersi che il mistero più difficile da risolvere, ieri come oggi, è quello del potere quando smette di riconoscere i propri limiti.

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