di Federica Cannas

In un lungo messaggio pubblicato su X, a un mese esatto dalla consegna del potere fissata per il 7 agosto, Gustavo Petro ha ribadito la propria tesi secondo cui il 21 giugno si sarebbe consumato un broglio elettorale ai danni di Iván Cepeda e a vantaggio di Abelardo de la Espriella. “Il presidente della Colombia non riconosce la legittimità del governo entrante. Abelardo non ha vinto le elezioni”, ha scritto poche ore prima di un nuovo incontro di empalme tra la sua squadra e quella del successore ultraderechista, segno che, nella pratica, la transizione prosegue comunque, anche se le conseguenze concrete di un simile mancato riconoscimento restano, come nota la stampa internazionale, ancora tutte da vedere. Sulla stessa lunghezza d’onda si è mosso Iván Cepeda, che ha annunciato una “disobbedienza civile” contro il prossimo governo. Un gesto che accetta il passaggio di potere nei fatti, ma ne contesta apertamente la legittimità politica.

Gustavo Petro lascerà la presidenza il 7 agosto con lo stile che lo ha sempre contraddistinto. Non un addio sommesso, ma una raffica di domande pubbliche rivolte a chi gli succederà. L’ultima, pubblicata su X il 6 luglio, riguarda un cittadino statunitense, Dan Newlin, e una cifra, 1,8 milioni di dollari, che secondo il presidente uscente sarebbe stata investita sulla piattaforma pubblicitaria di Meta per sostenere la campagna di Abelardo de la Espriella e colpire quella di Iván Cepeda. La Costituzione colombiana, ricorda Petro, vieta espressamente il finanziamento straniero alle campagne presidenziali.

Newlin ha negato tutto, punto per punto, in una lettera pubblicata su X. Nessun dollaro, dice, versato direttamente o indirettamente. Ha parlato di un sostegno “strettamente personale”, nato dall’ammirazione per il progetto politico del futuro presidente. L’accusa specifica sui 1,8 milioni resta, ad oggi, non documentata pubblicamente. Ma sarebbe un errore fermarsi alla singola cifra e trattarla come se fosse l’unico elemento in gioco. Il contesto in cui Petro pone la domanda è quello di un presidente eletto che arriva alla Casa de Nariño circondato da un numero di controversie che nessuna sentenza ha finora dissolto, semmai soltanto derubricato a questione “politica” più che “giuridica”.

La più evidente è la doppia cittadinanza. De la Espriella è cittadino sia colombiano che statunitense, e per ottenere la naturalizzazione americana ha prestato un giuramento che implica, testualmente, la difesa della Costituzione degli Stati Uniti. Il Tribunale Superiore di Bogotá ha respinto due ricorsi che chiedevano di bloccarne l’insediamento, ma lo ha fatto su basi procedurali, non essendo lo strumento della tutela la via idonea, lasciando aperta la questione di merito. Iván Cepeda l’ha definita senza mezzi termini un conflitto di lealtà incompatibile con la presidenza; l’ex senatore Jorge Enrique Robledo è arrivato a parlare di “tradimento della patria”. De la Espriella, dal canto suo, ha risposto bollando chi minaccia disobbedienza civile come “matti”, equiparando la protesta a terrorismo urbano.

C’è poi la storia più lontana, e più inquietante, di De la Espriella. Negli anni duemila fu indicato, secondo quanto riportato da un pentito paramilitare, come un canale attraverso cui l’organizzazione armata cercava studenti universitari per legittimare politicamente la propria guerra. Un’indagine per concorso in associazione a delinquere e riciclaggio fu aperta e poi archiviata nel 2009 dalla Procura, allora guidata da un amico personale dell’attuale presidente eletto. A questo si aggiungono le inchieste giornalistiche, bersaglio di una vera e propria offensiva legale da parte di De la Espriella secondo quanto denunciato dalla Fondazione per la Libertà di Stampa, sui suoi rapporti con Álex Saab, il controverso intermediario colombo-venezuelano.

Durante la campagna, lo stesso De la Espriella ha accusato senza prove ventinove persone, tra cui l’ex sindaco di Medellín Daniel Quintero, di comprare voti per Cepeda, arrivando a coinvolgere anche il Dipartimento di Stato americano nella vicenda. È lo stesso metro con cui oggi liquida le domande di Petro.

Ecco perché la domanda di Petro su Newlin, per quanto ancora priva di riscontro pubblico, non nasce nel vuoto. Nasce in un paese dove il presidente entrante ha già dimostrato, con i fatti della propria biografia politica, di muoversi a proprio agio nella zona grigia tra sostegno personale e finanziamento occulto, tra vicinanza a Trump e ambizioni presidenziali colombiane. E nasce anche da un presidente uscente che, a un mese dalla fine del proprio mandato, ha scelto di non ammorbidire i toni ma di intestarsi apertamente, fino all’ultimo, la tesi del broglio elettorale. Se le cose stiano davvero come dice Petro, lo dirà — se lo dirà — un’indagine, non un tweet. Ma la domanda, di per sé, resta legittima. È esattamente il tipo di domanda che una democrazia dovrebbe potersi permettere di fare al proprio prossimo presidente, prima che si insedi il 7 agosto.

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