Dignità

di Federica Cannas

A volte basta perdere qualcosa per comprendere il valore di una parola.

Dignità.

Non si vede, non si misura, non si compra. Eppure è uno dei beni più preziosi che una persona possiede. Vive nello sguardo di chi rifiuta di piegarsi all’umiliazione, nella voce di chi continua a chiedere giustizia anche quando nessuno sembra ascoltarlo, nella forza silenziosa di chi, pur avendo perso tutto, decide di non perdere se stesso.

La dignità è una parola che ogni mattina attraversa le nostre città. Cammina accanto a chi cerca lavoro, entra negli ospedali, nelle scuole, nei porti, nelle fabbriche, nei campi coltivati, nei tribunali. È presente ogni volta che una persona rivendica il diritto a essere trattata come un essere umano e non come un numero, una pratica amministrativa, un costo da ridurre o un problema da eliminare.

Per questo la dignità è sempre stata una parola profondamente politica. Nel significato più autentico della politica, quello che riguarda la qualità della convivenza tra gli esseri umani.

Salvador Allende parlava di dignità molto più spesso di quanto parlasse di economia. Da medico aveva imparato che la povertà non è mancanza di opportunità, di istruzione, di salute, di rispetto. Per questo il suo governo cercò di rendere accessibili le cure, di rafforzare la scuola pubblica, di redistribuire una ricchezza che fino ad allora apparteneva a pochi. Era il tentativo di costruire un Paese nel quale nessuno fosse costretto a sentirsi inferiore perché nato dalla parte sbagliata della società.

Molti considerarono quel progetto un’illusione. Eppure la sua domanda continua a interrogarci ancora oggi. Che valore ha una democrazia se non riesce a garantire la dignità delle persone?

La stessa domanda attraversa il pensiero di José Pepe Mujica. L’ex presidente dell’Uruguay ha ricordato al mondo che la ricchezza non coincide con l’accumulo, ma con la libertà di vivere senza diventare schiavi del consumo. La dignità di una persona dipende dalla possibilità di vivere secondo i propri valori senza rinunciare alla propria umanità.

Anche Luiz Inácio Lula da Silva conosce bene il significato concreto di questa parola. Prima di diventare presidente è stato un bambino povero del Nordest brasiliano, un operaio metalmeccanico, un sindacalista. La sua storia dimostra che la dignità non consiste nel negare le proprie origini, ma nel trasformarle in una responsabilità verso gli altri. Le politiche che hanno sottratto milioni di brasiliani alla povertà non sono state soltanto misure economiche. Hanno restituito a milioni di persone qualcosa che il denaro da solo non può garantire: il senso di appartenere pienamente alla società.

Ci sono poi donne che hanno insegnato al mondo una forma diversa di dignità.

Le Madres de Plaza de Mayo non avevano eserciti, non avevano potere, non avevano mezzi di comunicazione. Avevano soltanto un fazzoletto bianco e una domanda semplice: dove sono i nostri figli? Per anni hanno continuato a camminare in cerchio nella Plaza de Mayo di Buenos Aires mentre una dittatura tentava di cancellare non soltanto migliaia di vite, ma perfino il loro ricordo. Hanno dimostrato che la dignità può diventare una forma di resistenza. Chiedevano verità. E in quella richiesta c’era una forza capace di attraversare il tempo.

Anche Papa Francesco ha riportato questa parola al centro del dibattito pubblico. Ogni volta che ha parlato di migranti, di poveri, di lavoratori sfruttati o di persone scartate dalla società, ha ricordato che nessun sistema economico può definirsi giusto se considera alcuni esseri umani sacrificabili. La dignità viene prima del profitto, prima dell’efficienza, perfino prima dell’interesse economico.

Oggi quella parola risuona con una forza quasi insostenibile a Gaza. Tra le macerie, negli ospedali privi di tutto, nelle tende improvvisate, negli sguardi di bambini che hanno conosciuto la guerra prima ancora della vita stessa, la dignità continua a esistere nonostante tutto. Sopravvive nelle madri che cercano i propri figli, nei medici che continuano a curare anche quando mancano medicine ed elettricità, nei giornalisti che raccontano ciò che vedono rischiando la vita, in chi divide un pezzo di pane con un vicino che non ha più nulla. È proprio nei luoghi in cui la dignità viene più duramente calpestata che comprendiamo quanto sia universale. Se accettiamo che esistano esseri umani ai quali può essere negata, allora quella ferita non riguarda soltanto Gaza. Riguarda l’idea stessa di umanità sulla quale pretendiamo di costruire il nostro futuro.

È una lezione che riguarda il nostro tempo più di quanto siamo disposti ad ammettere.

La ritroviamo nelle lavoratrici domestiche dell’America Latina che per decenni hanno lavorato senza tutele, spesso invisibili perfino nelle statistiche, e che oggi chiedono semplicemente ciò che dovrebbe essere normale: un contratto, un salario equo, il riconoscimento del loro lavoro.

La ritroviamo nei rider che attraversano le città sotto il sole e sotto la pioggia, guidati da algoritmi che assegnano consegne e valutazioni. 

La ritroviamo nello sguardo di chi perde il lavoro dopo trent’anni e scopre che insieme allo stipendio rischia di perdere anche il proprio posto nella società. Troppo spesso identifichiamo le persone con ciò che fanno. Quando il lavoro scompare, non dovrebbe scomparire anche il rispetto.

La ritroviamo in chi vive in povertà senza averla scelta, dentro condizioni che una società giusta dovrebbe impegnarsi a cambiare.

La ritroviamo in chi viene discriminato per il colore della pelle, per il luogo in cui è nato, per la propria fede, per una disabilità, per la propria identità. Ogni discriminazione nasce dalla stessa idea pericolosa che esistano vite che valgono meno di altre.

E invece la dignità ha una caratteristica straordinaria.

Non conosce graduatorie.

Non aumenta con il successo e non diminuisce con la povertà.

Non dipende dal potere, dalla cultura, dalla nazionalità o dal reddito.

Esiste semplicemente perché esiste ogni essere umano.

Forse è questa la sfida più grande del nostro tempo. Continuare a costruire società capaci di riconoscere la dignità prima ancora del merito, della produttività, della ricchezza e dell’utilità economica.

Perché quando una persona perde la propria dignità, non si impoverisce soltanto la sua vita, si impoverisce la democrazia.

Ed è proprio allora che una parola antica torna a ricordarci il suo significato più profondo.

La dignità non è un premio, è il punto da cui ogni società civile dovrebbe cominciare.

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