di Federica Cannas

Quando l’aereo di Gustavo Petro è atterrato all’aeroporto Leonardo da Vinci, lunedì 29 giugno, ad accoglierlo c’erano il comandante dell’aeronautica italiana e quello colombiana. È stato l’inizio discreto di tre giorni romani costruiti, parola dopo parola, come un racconto di sè. Non la genealogia del “Gattopardo”, ha detto Petro, ma quella garibaldina, dei rivoluzionari che a Roma hanno lasciato un’eredità di lotta. Da lì ha condiviso, ricordi, attraversando il proprio passato di prigioniero politico e le torture subite a metà degli anni Ottanta, quando militava nel gruppo ribelle M-19, il ricovero in Italia durante la pandemia, in un momento in cui avrebbe potuto morire, e l’omaggio agli italiani caduti in quegli stessi mesi. Ha persino evocato il Nabucco di Verdi, riletto non come opera sulla distruzione ma come canto di un popolo che chiede di vivere libero accanto agli altri popoli: un’immagine che diventa inevitabilmente un rimando a Gaza. Il primo luglio è stata la giornata degli incontri chiave. Petro ha visto don Luigi Ciotti, il sacerdote fondatore di Libera, l’organizzazione che dal 1995 combatte le mafie e le economie criminali intrecciando giustizia sociale e memoria delle vittime. La scelta di misurarsi con una figura che in Italia ha reso la lotta contro il crimine organizzato una questione di dignità collettiva, un terreno su cui la Reforma Agraria colombiana, la transizione energetica e le politiche di inclusione sociale portate avanti dal governo Petro trovano, per usare le parole della Presidenza, punti di cooperazione concreti attorno alla pace, alla giustizia sociale e alla difesa della vita. Nello stesso giorno ha rilasciato a Sky TG24 quella che ha definito la sua ultima intervista internazionale da capo di Stato prima del passaggio di consegne a de la Espriella, rivendicando la necessità di limitare il consumo di idrocarburi per contrastare la crisi climatica e sottolineando gli interessi economici che vi si oppongono. Ha rincarato l’accusa già lanciata nei giorni precedenti, quella di un Trump che avrebbe apertamente rivendicato il proprio peso nell’elezione del candidato di destra in Colombia. Una dinamica che, insieme ai riferimenti a Netanyahu, Milei e all’ex presidente honduregno Hernández, Petro ha descritto come un vero e proprio accerchiamento mediatico e politico ai danni del suo Paese. E poi l’appuntamento che chiude il cerchio. Oggi Petro è stato ricevuto da Papa Leone XIV in un’udienza incentrata su pace, giustizia sociale e difesa della vita, in sintonia con le posizioni pubbliche del pontefice. Ne aveva anticipato il senso lui stesso, dicendo di volere discutere del “pericolo di nascondere la verità”, formula insieme teologica e politica che suona come un bilancio anticipato del proprio mandato. Il presidente colombiano ha raccontato l’incontro sui propri canali social, definendolo un’udienza ufficiale nella Cappella Sistina. Al centro del colloquio la situazione sociopolitica della Colombia, la lotta alla criminalità organizzata transnazionale e le sfide del cambiamento climatico, tre temi che ricalcano da vicino l’agenda portata avanti durante il suo mandato. Non era il primo faccia a faccia tra i due, si erano già incontrati nel maggio 2025, pochi giorni dopo l’elezione di Leone XIV, quando il nuovo pontefice ricevette in udienza generale i capi di Stato convenuti a Roma. Con Francesco, invece, l’ultimo degli incontri più rilevanti risaliva al gennaio 2024, un’udienza che aveva consolidato il dialogo tra Colombia e Santa Sede sui temi della pace e della giustizia sociale. Come da programma, ai colloqui con il Papa è seguito l’incontro in Segreteria di Stato con il cardinale Pietro Parolin e con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, responsabile dei rapporti con gli Stati. Il 7 agosto Petro lascerà la presidenza della Colombia, consegnando il potere al conservatore Abelardo de la Espriella. Questo viaggio romano, tra gli ultimi atti di politica estera del suo governo, assume perciò i contorni di un bilancio esistenziale oltre che diplomatico. Un uomo che è stato guerrigliero, sindaco, candidato sconfitto due volte prima di vincere, e infine il primo presidente di sinistra nella storia della Colombia, torna nella città che considera la culla della propria idea di libertà, quella di chi ha pagato la scelta di stare da una parte della storia. I giorni romani disegnano così il bilancio coerente di un presidente uscente che ha scelto di misurare la propria eredità non sui rapporti di forza diplomatici, ma sulle alleanze morali. Che un sacerdote antimafia e il Papa gli abbiano aperto le porte è la fotografia di come si ridisegnano oggi, in Europa e in America Latina, le alleanze che contano più di quelle diplomatiche.

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