Venezuela. Un comunicato congiunto rompe il silenzio
(Federica Cannas) – Il 4 gennaio 2026 i governi di Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna hanno diffuso un comunicato congiunto sui fatti avvenuti in Venezuela, che prende posizione contro le azioni militari unilaterali compiute sul territorio venezuelano e riafferma, senza ambiguità, il primato del diritto internazionale, della sovranità degli Stati e della soluzione pacifica dei conflitti.
Non si tratta di una formula diplomatica priva di peso e segnala un punto di frattura: l’uso della forza viene definito un precedente pericoloso per la pace regionale e una minaccia diretta per la popolazione civile.
Da qui si sviluppa un documento che difende un principio essenziale. La crisi venezuelana, per quanto profonda e complessa, non può essere risolta con interventi militari, ingerenze esterne o scorciatoie armate, ma solo attraverso il dialogo politico e una soluzione guidata dai venezuelani stessi.
C’è un passaggio, in questo comunicato congiunto, che pesa più di tutti gli altri: la definizione delle azioni militari in Venezuela come un “precedente estremamente pericoloso”. Colloca l’America Latina e parte dell’Europa su una linea chiara, quella del diritto internazionale, della non ingerenza e del rifiuto dell’uso della forza come strumento di risoluzione dei conflitti.
Il documento, firmato da sei Paesi che rappresentano una parte significativa della popolazione e del peso politico dell’area latinoamericana e iberica, difende un principio: i conflitti interni, per quanto complessi e dolorosi, non possono essere risolti con interventi militari unilaterali né con operazioni che calpestano la sovranità di uno Stato e mettono in pericolo la popolazione civile.
È una posizione coerente con una tradizione politica ben precisa, soprattutto in America Latina. La regione conosce troppo bene cosa significhi l’ingerenza esterna, la militarizzazione dei conflitti, la trasformazione dei territori in scacchiere geopolitiche. Per questo il richiamo all’America Latina e ai Caraibi come zona di pace non è retorica.
Il comunicato insiste su un punto centrale: la soluzione alla crisi venezuelana può arrivare solo attraverso un processo politico inclusivo, guidato dai venezuelani. Non da pressioni militari, non da imposizioni esterne, non da scorciatoie che promettono stabilità e producono solo nuove fratture. È una visione che rifiuta l’idea, purtroppo ricorrente, secondo cui la democrazia possa essere esportata con la forza.
Non è un caso che questa posizione sia stata rilanciata pubblicamente anche da Gustavo Petro, che da tempo insiste sulla necessità di riportare il Venezuela dentro una cornice di dialogo regionale e multilaterale. La sua voce si inserisce in una linea politica che prova a rimettere al centro la diplomazia, il negoziato e la responsabilità collettiva dell’area latinoamericana.
C’è poi un altro passaggio tutt’altro che secondario: il riferimento alle risorse naturali e strategiche. Qui il comunicato parla un linguaggio esplicito, quasi brutale nella sua chiarezza. Ogni tentativo di controllo o appropriazione esterna delle risorse, al di fuori del diritto internazionale, è considerato una minaccia diretta alla stabilità della regione. È un messaggio che guarda oltre l’emergenza, oltre il singolo episodio militare, e chiama in causa interessi economici, energetici e geopolitici ben noti.
Questo testo, nel suo insieme, racconta qualcosa di più di una crisi contingente. Racconta un’America Latina che prova a parlare con una voce propria, che rifiuta di essere terreno di scontro tra potenze, che rivendica il diritto di risolvere i propri conflitti senza cannoni né diktat. Racconta anche un’Europa, rappresentata dalla Spagna, che sceglie di stare dentro questa visione e non sopra di essa.
Di fronte ad una normalizzazione della guerra come opzione politica, questo comunicato va letto per quello che è, ossia un atto di resistenza diplomatica. Non risolve la crisi venezuelana, ma segna una linea. E, in politica internazionale, tracciare una linea è già un fatto rilevante.
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