
di Federica Cannas
Cooperazione non è una parola gentile per caso. È una parola fatta di mani che si intrecciano prima ancora che di intenzioni. È forse per questo che la cooperazione, a differenza della solidarietà che può restare un sentimento, esige sempre un gesto concreto.
Il gesto più concreto che la storia ricordi arrivò appena pochi giorni dopo l’11 settembre 1973. Mentre il Cile era ormai nelle mani di Pinochet, con il Palacio de La Moneda sventrato dai bombardamenti e lo stadio di Santiago trasformato in un centro di detenzione e tortura, un giovane Bettino Craxi, allora responsabile esteri del PSI, sbarcò nella capitale cilena come parte di una delegazione inviata dall’Internazionale Socialista per verificare cosa fosse davvero accaduto. Trovò una città spettrale, poca gente che camminava rasente i muri, le tracce dei proiettili ancora fresche sui palazzi. Nelle poblaciones, i quartieri popolari, si respirava un clima di terrore e di sopraffazione; persino a Barrio Alto, il quartiere alto-borghese che pure aveva festeggiato la caduta di Allende, l’aria non era più la stessa. Craxi vi notò il fenomeno delle cosiddette momias, donne che si spacciavano per popolane ma provenivano in realtà dalla borghesia, dedite alla speculazione sul mercato nero, un tassello di quel clima di insofferenza che aveva preparato la strada ai militari già dal giugno precedente. Un rigido toque de queda, il coprifuoco imposto per impedire ogni aggregazione dei dissidenti, scandiva ormai le giornate della capitale, mentre i primi oppositori venivano deportati fino all’isola Dawson, ai margini della Terra del Fuoco. Il suo non fu solamente un gesto diplomatico, fu il primo leader socialista europeo a muoversi fisicamente verso il Cile del golpe, in un momento in cui molte cancellerie occidentali preferivano il silenzio o l’attesa. Craxi si recò poi a Viña del Mar, sulla tomba di Allende, ma i militari gli impedirono di avvicinarsi. Al suo ritorno in Italia, nell’ottobre di quello stesso anno, raccontò tutto questo in un rapporto pubblico al Teatro Nuovo di Milano. Non fu un gesto isolato. Da quel viaggio nacque una rete di cooperazione che il PSI mantenne per tutti gli anni della dittatura, ospitando in Italia, a spese del partito, i cileni in fuga dal loro paese e facendo arrivare a Santiago, per canali riservati, i fondi necessari a tenere viva la resistenza interna. Cooperazione, qui, significava letteralmente prestare una voce internazionale a chi era stato messo a tacere.
Craxi non fu il solo. Negli stessi mesi la Svezia di Olof Palme apriva le proprie ambasciate e i propri confini ai perseguitati cileni, in quella che resta una delle più grandi operazioni di accoglienza politica del Novecento europeo. La Germania di Willy Brandt, che pure veniva da un’altra battaglia, quella per il dialogo con l’Est attraverso la sua Ostpolitik, riconobbe nella causa cilena la stessa urgenza che aveva riconosciuto nella distensione tra i due blocchi. In quegli anni cooperare con chi soffre non era un calcolo politico, era il riconoscersi, prima di tutto, nella stessa umanità.
C’è però un’altra cooperazione, dello stesso decennio, che merita di essere raccontata proprio perché rovescia l’istinto più comune, ossia quella degli Accordi di Helsinki, firmati il 1 agosto 1975. Lì non si sedettero alleati che si scambiavano cortesie, si sedettero nemici. L’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, i due blocchi armati fino ai denti l’uno contro l’altro, accettarono di riconoscersi reciprocamente i confini esistenti e di mettere sul tavolo, insieme a quello, anche i diritti umani come materia di trattativa internazionale. È una lezione che oggi fatichiamo a raccogliere. Il dialogo serve a chi è distante, non a chi è già vicino. Con gli amici si conferma un accordo già scritto. Con i nemici, se lo si vuole scrivere, bisogna inventare un linguaggio comune che prima non esisteva. È un lavoro più faticoso, più umiliante per l’orgoglio di entrambe le parti, ed è per questo che così pochi governi hanno avuto, prima e dopo, il coraggio di intraprenderlo davvero.
Guardando al presente, si fatica a trovare lo stesso coraggio. Il multilateralismo viene oggi trattato sempre più spesso come un ostacolo. Gli Stati Uniti hanno una storia lunga di ambivalenza verso le istituzioni che essi stessi hanno contribuito a fondare. Non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, utilizzano con regolarità il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per bloccare risoluzioni contro Israele, che, dal canto suo, non riconosce la giurisdizione della Corte Penale Internazionale sul proprio territorio e ha respinto come privi di legittimità i mandati d’arresto emessi nel 2024 nei confronti dei propri vertici politici e militari. Due Stati che hanno gli strumenti, la forza e spesso la volontà di sedersi a un tavolo multilaterale, ma che quando quel tavolo produce decisioni sgradite scelgono l’uscita di sicurezza dell’eccezione unilaterale.
Il paradosso è che l’architettura del diritto internazionale nata dopo la Seconda guerra mondiale, con le Nazioni Unite, i tribunali penali internazionali, le convenzioni di Ginevra, fu in larga parte costruita proprio dagli Stati Uniti, convinti allora che un mondo retto da regole condivise fosse più sicuro. Settant’anni dopo, quello stesso ordine viene difeso a intermittenza, invocato quando conviene e disapplicato quando costa, mentre nel frattempo il baricentro del mondo si sposta. Nuove potenze, nuove alleanze regionali, un Sud globale che chiede finalmente di sedersi al tavolo da protagonista e non da comparsa. Un ordine fondato su trattati che una parte del mondo rispetta e un’altra applica solo quando le fa comodo non è più un ordine. È un privilegio. E i privilegi, prima o poi, la storia li rimette in discussione.
Ed è per questo che è importante capire che parlare con chi non la pensa come noi non sia un segno di debolezza, ma l’unico segno di forza che la storia abbia mai davvero premiato.
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