di Federica Cannas

Odysseas Elytis, poeta greco premio Nobel per la letteratura, scrisse una frase di una grande semplicità: «Se scomponi la Grecia, alla fine vedrai che ti restano un ulivo, una vigna e una barca. Ciò significa che con altrettanto la puoi ricostruire».

Un ulivo, una vigna, una barca.

Tre cose piccole rispetto alla Storia. Un albero che impiega anni per dare davvero i suoi frutti, una pianta che deve essere curata stagione dopo stagione e un oggetto costruito per attraversare il mare.

Forse Elytis aveva capito qualcosa che noi, circondati dalle cose, facciamo sempre più fatica a ricordare. Per sapere quanto vale un luogo bisogna provare a immaginarlo dopo avergli tolto quasi tutto.

Facciamolo allora con il Mediterraneo.

Scomponiamolo.

Togliamo per un momento le cartoline, le terrazze bianche sul mare, gli yacht, i resort, le fotografie di agosto. Togliamo anche le parole che abbiamo accumulato negli ultimi decenni, quali emergenza, sicurezza, sbarchi, deterrenza, hotspot, crisi migratoria. Togliamo le conferenze internazionali, i comunicati diplomatici, le dichiarazioni solenni sulla cooperazione tra le due sponde.

Che cosa resta?

Resta un pescatore che esce prima dell’alba. Una donna che aspetta una telefonata dall’altra parte del mare. Un contadino che guarda un cielo senza pioggia. Una famiglia che chiude una porta senza sapere quando potrà riaprirla. Un ragazzo che mette nello zaino ciò che riesce a portare. Un bambino che impara il nome del mare prima ancora di comprendere perché gli adulti abbiano deciso che dall’altra parte esiste un confine.

Restano gli ulivi.

Alcuni hanno centinaia di anni. Hanno visto cambiare padroni, lingue, eserciti e Stati. Sono rimasti mentre intorno gli uomini ridisegnavano continuamente le mappe. In Palestina l’ulivo è terra, memoria familiare, sostentamento. In Grecia è paesaggio e mito. In Puglia, in Sardegna, in Andalusia, in Tunisia accompagna vite che non hanno mai avuto bisogno di conoscersi per assomigliarsi.

Resta la vigna.

La vite ha una strana geografia. Ignora le frontiere politiche e segue il sole, il terreno, l’acqua. Racconta una civiltà costruita sull’attesa. Non puoi ordinare a una vigna di accelerare. Devi potarla, aspettare, sbagliare, ricominciare. È quasi scandalosa, oggi, questa lentezza. Dice che non tutto può essere prodotto immediatamente, che alcune cose esistono soltanto se qualcuno decide di prendersene cura abbastanza a lungo.

E poi resta la barca.

Nel Mediterraneo la barca non è più soltanto viaggio. Può essere vacanza e può essere fuga. Può portare reti da pesca oppure persone che hanno affidato a pochi metri di legno o di vetroresina tutto ciò che possiedono. La stessa acqua sulla quale qualcuno brinda al tramonto, poche miglia più in là può diventare l’ultimo paesaggio visto da un essere umano.

Il mare non conosce questa differenza.

Siamo noi ad avergliela imposta.

E questa è una delle contraddizioni più profonde del Mediterraneo. Abbiamo trasformato ciò che per millenni ha unito in qualcosa che spesso separa. Fenici, greci, romani, arabi, ebrei, mercanti, marinai, profughi, poeti hanno attraversato queste acque lasciando parole, numeri, ricette, musiche, divinità, tecniche di navigazione, modi di coltivare e di raccontare. Il Mediterraneo esiste perché qualcuno lo ha attraversato. La sua identità nasce dal movimento, non dall’immobilità.

Eppure oggi parliamo continuamente di difenderne le sponde gli uni dagli altri.

Abbiamo dimenticato persino quanto siamo mescolati.

Nelle nostre lingue sopravvivono parole arrivate da porti lontani. Nei nostri piatti mangiamo la storia di invasioni e commerci che abbiamo smesso di riconoscere. Nelle architetture delle città mediterranee convivono dominazioni che un tempo si combatterono. Persino ciò che consideriamo profondamente nostro, osservato abbastanza a lungo, quasi sempre contiene qualcosa che venne da altrove.

Forse per questo il Mediterraneo soffre ogni volta che qualcuno pretende di ridurlo a una sola identità.

Non è mai stato una cosa sola.

È europeo, africano, asiatico. È ricchissimo e poverissimo. È democrazia e autoritarismo, pace e guerra, partenza e ritorno. È Marsiglia e Alessandria, Cagliari e Tunisi, Beirut e Barcellona, Gaza e Napoli, Algeri, Istanbul, Tangeri, Atene.

E sotto questa vertiginosa quantità di storia rimangono le cose elementari.

L’acqua. La terra. Il pane. L’ombra di un albero. Una casa nella quale poter tornare. Qualcuno che ci aspetta. La possibilità di attraversare una strada senza avere paura. La libertà di partire e, soprattutto, quella di non essere costretti a farlo.

Il vero valore delle cose si riconosce proprio quando immaginiamo di perderle.

Pensiamo alla pace soprattutto quando arriva la guerra. All’acqua quando comincia a mancare. Alla democrazia quando qualcuno prova a svuotarla. Alla casa quando siamo costretti ad abbandonarla. Alla libertà quando compare un confine che non possiamo attraversare. Alla dignità della vita quando un’altra vita viene trasformata in un numero.

Con un ulivo, una vigna e una barca si può ricostruire.

È una parola enorme, ricostruire. Non significa riportare indietro il tempo, ma sapere da che cosa ricominciare.

Anche il Mediterraneo, allora, potrebbe provare a farsi la stessa domanda.

Se togliessimo ciò che abbiamo costruito contro gli altri, che cosa vorremmo salvare?

Probabilmente scopriremmo che ci serve molto meno di quanto pensiamo e molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Un pezzo di terra che nessuno ci porti via.

Un albero sotto il quale poter diventare vecchi.

Qualcosa da coltivare sapendo che ne raccoglierà i frutti anche chi verrà dopo di noi.

E una barca.

Ma una barca che torni a essere ciò che è stata per migliaia di anni. La possibilità di raggiungere l’altra sponda e scoprire che, una volta arrivati, l’ulivo è lo stesso. Non solo nelle foglie, non solo nel tronco piegato dal vento, ma nella cura paziente con cui, su ogni sponda del Mediterraneo, gli uomini hanno imparato a custodirlo, generazione dopo generazione. Perché le radici non conoscono passaporti, e chi pianta un ulivo in un luogo del mediterraneo riconosce la stessa mano, la stessa fatica, la stessa speranza silenziosa di chi lo pianta in un altro luogo, separati da un mare che qualcuno ha voluto chiamare frontiera, ma che resta, in fondo, l’unica cosa che li tiene ancora insieme.

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