di Federica Cannas

In un Uruguay che stava per finire in una lunga notte, due ragazzi cominciarono ad amarsi mentre imparavano a nascondersi.

Lei si chiamava Lucía, lui Pepe, ed entrambi facevano parte di un gruppo di giovani convinti che il mondo si potesse cambiare. Si conobbero per pochi mesi, negli anni Sessanta, prima che la dittatura militare li separasse per tredici anni. Non è l’inizio di una favola, anche se ne ha la cadenza. Forse è l’unico modo per avvicinarsi a una storia che, altrimenti, a guardarla dritta negli occhi, farebbe troppo male. Perché quei tredici anni Pepe Mujica li passò quasi interamente sotto terra, in isolamento, e per più di due anni sul fondo di un vecchio abbeveratoio per cavalli, svuotato e murato. Lucía Topolansky li passò invece nel carcere femminile di Punta Rieles. Si ritrovarono solo nel 1985, il giorno in cui uscirono entrambi vivi da quella storia.

Erano in nove, gli uomini che il regime aveva scelto per farne un esperimento. Ostaggi, non prigionieri qualunque. Un generale lo disse con la franchezza brutale di chi non teme conseguenze. Dato che non erano riusciti a ucciderli quando erano caduti nelle loro mani, li avrebbero fatti impazzire. Non era un modo di dire, era un piano applicato con la cura di un protocollo medico, però rovesciato. Anziché curare, distruggere. Isolamento totale, celle sotterranee, il divieto assoluto, per i carcerieri, di rivolgere loro la parola. Di nove ne morì uno nel calabozo, due persero il senno. Mujica sopravvisse, ma pagando un prezzo alto. Ebbe crisi, deliri, un ronzio in testa che non si fermava mai, e una psichiatra dell’ospedale militare dovette intervenire prima che gli fosse concesso, come minima grazia, di leggere e scrivere qualche riga.

È in quel vuoto che nacquero le formiche, di cui Mujica raccontò per il resto della vita. Imparò a sentirle gridare, un suono che nessun essere umano percepisce se non ha già perso quasi tutto il resto a cui aggrapparsi. E nello stesso vuoto nacquero sette piccole rane, che allevò nella sua cella dividendo con loro la poca acqua che gli restava. Non è un dettaglio marginale, questo, da raccontare per addolcire una storia terribile. È forse la parte più importante di tutta la vicenda, perché racconta esattamente ciò che un sistema pensato per svuotare un uomo di umanità non è riuscito a portargli via, ossia il bisogno di occuparsi di qualcuno, di dividere qualcosa, anche l’ultimo sorso d’acqua, con un’altra creatura vivente. Lo stesso uomo che anni prima aveva amato una ragazza di nome Lucía per pochi mesi rubati alla clandestinità, nel buio più totale continuava a cercare qualcuno da amare, fosse pure una rana senza nome in fondo a una cella. Forse è proprio questo che la felicità e l’amore hanno in comune con la sopravvivenza. Non hanno bisogno di grandi condizioni per esistere, si accontentano di quello che trovano, e restano, anche quando tutto il resto è stato tolto.

Non era solo, del tutto. Nelle celle accanto, in momenti diversi di quegli anni, ci furono anche Mauricio Rosencof, poeta e drammaturgo, e Eleuterio Fernández Huidobro, che sarebbe diventato ministro della Difesa nel governo di Mujica. Reinventarono un codice Morse, bussando sui muri di pietra. Colpì che diventavano lettere, lettere che diventavano parole, parole che diventavano poesie passate clandestinamente da una cella all’altra. Rosencof scriveva lettere d’amore per le fidanzate dei carcerieri, in cambio di piccoli favori e Fernández Huidobro disegnava a memoria intere squadre di calcio uruguaiane. Erano commerci minuscoli di umanità, dentro un luogo pensato per estirparla.

L’8 marzo del 1985 Mujica uscì, amnistiato, senza essere mai stato processato. Disse, tempo dopo, che la prima notte in cui dormì su un materasso capì una cosa che non avrebbe più dimenticato. Se non si è felici con poco, non lo si sarà nemmeno con tanto. Fuori, ad aspettarlo, c’era di nuovo Lucía, uscita anche lei dal carcere di Punta Rieles. Da lì cominciò tutto il resto. La vita insieme, il matrimonio nel 2005, la chacra con il pavimento di terra dove Mujica continuò a coltivare fiori come faceva da ragazzo, la presidenza dell’Uruguay nel 2010, giurata proprio nelle mani di lei, senatrice. Sono rimasti insieme fino alla fine, quarant’anni dopo essersi ritrovati, fino al giorno in cui lui è morto, nel 2025, con lei accanto.

Viene da chiedersi dove si trovi, in un corpo e in una mente ridotti così, il punto esatto in cui la resistenza tiene. Forse non è mai stata una questione di ideologia, che in un buco sotterraneo non scalda quanto si potrebbe pensare. È forse una questione più semplice, e più ostinata. Continuare a voler bene a qualcosa, chiunque o qualunque cosa sia, anche quando sembra che non ne valga più la pena. Prima una ragazza conosciuta per pochi mesi. Poi delle formiche che nessun altro sente gridare. Poi sette piccole rane senza nome. Poi, di nuovo, la stessa donna, ritrovata dopo tredici anni come se il tempo passato non fosse mai esistito. È forse questo il segreto che nessuna dittatura è mai riuscita a strappare via del tutto. Finché esisterà qualcuno, o anche soltanto qualcosa, da amare, fosse pure il più piccolo essere vivente nascosto in fondo a una cella, l’umanità non sarà sconfitta. Perché è nell’amore, anche quando tutto sembra perduto, che l’uomo ritrova la sua parte migliore, quella che nessuna prigione, nessuna violenza e nessun potere possono cancellare.

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