di Federica Cannas
Camila Vallejo, ex portavoce della Moneda sotto Gabriel Boric, e Jeannette Jara, ex ministra del Lavoro e candidata presidenziale del progressismo cileno, sconfitta al ballottaggio da Kast. Due donne che hanno guidato da ministre le battaglie sociali degli ultimi anni chiedono ai cileni in un video di immaginare una settimana di 52 ore. Retorica a parte, è la domanda che ogni lavoratore cileno rischia di doversi porre sul serio, se passa la proposta tecnica su cui il governo di José Antonio Kast sta lavorando in queste settimane.
Il meccanismo è subdolo proprio perché è invisibile ai più. Nessuno sta abrogando la legge delle 40 ore, la conquista simbolo del governo Boric. Si tocca solo il modo in cui si calcola la media. Al posto delle quattro settimane, si passerebbe a un arco molto più lungo, fino a un anno intero, come già accade in Germania o nei Paesi Bassi. Sulla carta è un adeguamento agli standard Ocse. Nella vita reale di chi lavora, significa che un’azienda potrà chiedere settimane di 52 ore per mesi, promettendo un riposo compensativo che arriverà, forse, più avanti. È la differenza tra un diritto scritto e un diritto che si può ancora esercitare. La prima cosa resta intatta sulla carta, la seconda si consuma lentamente, ora dopo ora, in mesi di straordinari mascherati da flessibilità.
Camila Vallejo lo dice con una domanda che non ha bisogno di statistiche per colpire: “chi può vivere bene lavorando più di dieci ore al giorno?”. Basti pensare a chi, dopo il turno, deve ancora prendersi cura di un figlio o di un genitore anziano, a chi studia la sera perché il lavoro da solo non basta a costruirsi un futuro. Non parlano di curve di disoccupazione. Parlano di tempo rubato alle famiglie, ed è un linguaggio che il governo, abituato a rispondere con i numeri della Mesa de Reactivación Laboral e con il tasso di disoccupazione al 9,1%, non riesce a intercettare con la stessa forza emotiva.
La replica del ministro del Lavoro, Tomás Rau, è arrivata puntuale. Le 40 ore restano, si cambia solo il calcolo. È un’affermazione tecnicamente vera e politicamente insufficiente, perché elude la domanda che conta davvero. A chi conviene, in un paese dove la disoccupazione è già la più alta in cinque anni, spalmare il rischio economico sulle spalle di chi un contratto lo firma sperando che basti a vivere dignitosamente? Il governo insiste che si tratta solo di flessibilità per settori stagionali come turismo e agricoltura. Ma la stessa riforma prevede di rendere più facile il licenziamento, e un lavoratore che può essere licenziato con più facilità difficilmente troverà la forza contrattuale per pretendere davvero, un giorno, il riposo compensativo promesso oggi.
Il resto è già cronaca minore. Il senatore repubblicano Arturo Squella ha definito il video di Vallejo e Jara in difesa dei diritti dei lavoratori la cosa più ipocrita che gli sia mai capitato di vedere, riprendendo senza saperlo le stesse parole che pochi giorni prima gli aveva rivolto il senatore del Frente Amplio Diego Ibáñez durante un durissimo scontro sulla riforma tributaria. Sono scaramucce che raccontano soprattutto quanto sia diventato logoro, in Cile, il linguaggio con cui maggioranza e opposizione si parlano, o meglio, non si parlano più.
Ma dietro il rumore di queste settimane si muove qualcosa di più lento e più importante. Il Frente Amplio ha appena chiuso il proprio primo Congresso ideologico, tre mesi di assemblee in tutto il paese e all’estero, culminati in una plenaria con oltre duecento delegati e la presenza di Gabriel Boric. Il partito si definisce oggi socialista, femminista, ecologista, e accusa il governo Kast di essere, nei suoi primi cento giorni, profondamente classista. Il Partito Comunista, dal canto suo, ha riunito il proprio Comitato Centrale con un’autocritica che raramente si sente in un partito comunista: la sconfitta di Jara non ha una causa sola, ha detto il presidente Lautaro Carmona, ma nasce da un malessere sociale diffuso che il progressismo non è riuscito a intercettare fino in fondo. Nel frattempo, i segretari generali dei partiti di opposizione si incontrano periodicamente per costruire una linea comune contro le misure economiche del governo. Un lavoro silenzioso, poco fotogenico, ma probabilmente più decisivo di qualunque video virale.
È qui che si gioca davvero la partita cilena dei prossimi mesi. Da una parte due donne che, fuori da un ministero, sanno ancora come si tocca la vita quotidiana delle persone e come si trasforma in poche ore un tecnicismo statistico in una domanda di dignità. Dall’altra un’opposizione parlamentare che prova, con più fatica e meno luce, a ricostruire un’alleanza capace di reggere nel tempo. Tra le due cose, in mezzo, rimangono i lavoratori cileni, a chiedersi se le loro ore, quelle che hanno impiegato una generazione a difendere, resteranno davvero loro.
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