di Federica Cannas

Il 22 giugno 1986, allo stadio Azteca di Città del Messico, un ragazzo di Villa Fiorito sollevò un pugno chiuso sopra la testa di Peter Shilton e lo chiamò “la mano di Dio”. Quattro anni prima, l’Argentina aveva perso una guerra vera contro l’Inghilterra.  649 ragazzi argentini morti nelle

Malvinas, tanti dei quali poco più che adolescenti mandati al fronte da una dittatura agonizzante che cercava nell’ultima avventura nazionalista la propria sopravvivenza.  Dietro ogni numero c’era una madre che aveva aspettato un ritorno impossibile, una casa in cui il silenzio aveva preso il posto del futuro. 

Quando la nazionale arrivò al Mondiale messicano, la democrazia era tornata da quasi tre anni, ma il lutto era ovunque in un paese che aveva imparato a diffidare della propria narrazione patriottica proprio perché quella narrazione l’aveva condotta al disastro. L’Argentina aveva ricominciato a vivere, ma non aveva ancora imparato a fare i conti con tutte le assenze lasciate dalla guerra e dalla dittatura.

Ecco perché quel quarto di finale non fu mai, per nessuno, “solo una partita di calcio”, per quanto i protagonisti, per pudore diplomatico, ripetessero il contrario. Lo stesso Maradona lo ammise senza giri di parole, anni dopo. Sapevano che in Sudamerica avevano ammazzato i loro ragazzi e quella partita era un modo per recuperare qualcosa delle Malvinas, per difendere la bandiera, i caduti, i sopravvissuti. 

In quattro minuti Diego scrisse due capitoli opposti della stessa leggenda. Il primo fu un furto sublime. Saltò più in alto di un portiere inglese di venti centimetri più alto di lui e gli rubò il gol con il pugno sinistro, sotto gli occhi di un arbitro tunisino che non vide nulla. “Un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”, disse dopo, inventando senza volerlo una delle frasi più citate della storia dello sport. Quattro minuti dopo arrivò l’altro gol, quello che la FIFA avrebbe eletto “gol del secolo”. Sessanta metri palla al piede, cinque avversari inglesi lasciati sul terreno, il grido di Víctor Hugo Morales che chiedeva da quale pianeta fosse arrivato quel ragazzo per lasciare un intero paese come un pugno stretto urlando per l’Argentina. 

In quel pomeriggio messicano il calcio smise per un istante di essere spettacolo e diventò l’unico terreno su cui l’Argentina sconfitta poteva permettersi di vincere con l’astuzia e il genio di un ragazzo di un barrio popolare che non aveva mai smesso di sentirsi uno degli ultimi. Mentre a Londra Margaret Thatcher, fresca della vittoria sulle Malvinas, consolidava la sua rivoluzione neoliberale con privatizzazioni, mercato del lavoro flessibile, guerra ai sindacati, ossia il modello che avrebbe finito per governare l’Occidente, a Buenos Aires un ragazzo di Fiorito diventava il simbolo di tutto ciò che quel modello prometteva di cancellare. L’orgoglio popolare, la rivincita del sud del mondo, la vittoria di chi non aveva nulla contro chi aveva tutto.

Diego non si fermò lì, e non a caso. Negli anni successivi sarebbe salito sull’Espresso dell’Alba insieme a Chávez, Evo Morales, Kusturica, Pérez Esquivel, per opporsi all’ALCA a Mar del Plata. Avrebbe intrattenuto per ore Fidel Castro all’Avana. Maradona costruì un’identificazione totale tra sé e “il popolo”. Fu capace di rappresentare insieme il riscatto sportivo e quello sociale, l’orgoglio nazionale e la diffidenza verso l’establishment, tanto quello militare quanto quello finanziario che lo aveva sostituito.

È qui che si misura la distanza con l’Argentina di oggi. Messi ha una biografia costruita lontano dai barrios, lontano dalle piazze, lontano da qualunque frizione politica. È un capitano pulito, gestito, quasi asettico, un prodotto sportivo perfetto in un’epoca che ha smesso di chiedere ai propri eroi calcistici di schierarsi. La sua Argentina non carica più i mondiali dello stesso peso simbolico. Non c’è più l’Inghilterra da sconfiggere a pallonate, non c’è più una dittatura da cui riscattarsi, non c’è più, soprattutto, un pubblico disposto a proiettare sul calcio la propria fame di giustizia sociale. Resta l’orgoglio nazionale, certo, ma è un orgoglio depoliticizzato, spettacolarizzato, compatibile con qualunque sponsor e qualunque governo, soprattutto quello di Milei.

Forse è proprio questo il lascito più scomodo di Maradona. Ha dimostrato che il calcio, quando incontra la storia vera fatta di  guerre, dittature, disuguaglianze, può diventare linguaggio politico senza perdere un grammo di bellezza. E quella “mano di Dio” resterà l’unica volta in cui, con un  gesto proibito, un ragazzo povero di Fiorito riuscì a far vincere all’Argentina intera una guerra che i suoi generali avevano già perso.

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