di Federica Cannas 

Un ragazzo bolognese, ancora senza barba folta, che porta uno spartito a un gruppo di ragazzi di Novellara. È il 1966. Lui si chiama Francesco Guccini, non lo conosce nessuno, insegna e scrive copioni per campare. Loro sono Beppe Carletti e Augusto Daolio, e tre anni prima hanno messo in piedi una band: i Nomadi. Nasce un sodalizio che la storia della canzone italiana ha sempre raccontato con emozione.

Guccini è morto questa mattina a Pavana, sull’Appennino pistoiese, ottantasei anni, la vista che da tempo lo aveva tradito fino a togliergli il piacere di leggere, lui che di libri e parole aveva fatto un mestiere e una fede. Accanto, la moglie Raffaella, la figlia Teresa. Funerali privati, per sua volontà, il saluto pubblico a settembre. Le rassegne di questi giorni lo celebreranno giustamente come il poeta della canzone d’autore, il Maestrone, l’uomo di Radici e della Locomotiva.

Ed è un titolo guadagnato sul campo. Il genio di Guccini non stava mai in un’unica invenzione, ma nella capacità di tenere insieme registri che altrove si escludono. Era un cantautore che pensava da scrittore. I romanzi, i noir firmati insieme a Loriano Macchiavelli, gli studi sul dialetto e sulla lingua dell’Appennino non erano un hobby a margine della musica. Sapeva essere colto senza essere ostico e popolare senza essere banale. Un equilibrio che in Italia hanno raggiunto in pochissimi, e che gli permetteva di infilare Nietzsche e l’osteria nella stessa strofa senza che nessuna delle due cose sembrasse fuori posto.

Ma c’è un capitolo che rischia di restare ai margini, ed è forse quello più politico di tutti, nel senso più pieno della parola. La storia di come un ragazzo di provincia e un gruppo di ragazzi di un’altra provincia abbiano inventato, senza saperlo, un modo di stare nella musica italiana.

Guccini scrive per i Nomadi Dio è morto. La Rai la censura. Passa qualche anno e persino ambienti cattolici la rivalutano, scoprendoci dentro non blasfemia ma una domanda morale che nessun altro, allora, aveva il coraggio di fare in tre minuti e mezzo di canzone. Ed è lì, in quei tre minuti, che si misura la sua statura. Comprimere una crisi teologica ed esistenziale intera dentro la forma breve della canzone pop è un esercizio di scrittura che pochissimi poeti, non solo cantautori, sanno reggere. È un pattern che si ripeterà. Guccini scrive, i Nomadi cantano, il sistema, radiofonico, discografico, di potere, prova a bloccare, e alla fine è costretto a inghiottire quello che aveva provato a censurare. È la prova che la canzone popolare, fatta bene, può essere sovversiva.

Ma la parte più bella della storia comincia dopo, quando il successo di Guccini decolla e i Nomadi restano fermi a Novellara per scelta. Rifiutano di rincorrere le mode che l’industria discografica impone, stagione dopo stagione, restano fedeli a un modo di fare musica che i cronisti del tempo chiamano, un po’ con sufficienza, “artigianale”. Il prezzo è alto. Escono gradualmente dai riflettori, dal giro che conta, dalle classifiche che contano ancora di più. Ma è lì, in quell’uscita di scena volontaria, che si costruisce qualcosa che nessuna hit avrebbe potuto dare loro: sessant’anni di carriera ininterrotta, un pubblico che li segue fedele, e negli anni Ottanta, quando le grandi major stritolavano gli artisti scomodi, un’indipendenza discografica che pochissimi in Italia potevano permettersi.

È lo stesso film, per chi lo sa vedere, che si racconta dall’altra parte dell’oceano. La Nueva Canción cilena, Víctor Jara con la sua chitarra e le sue mani, i cantautori latinoamericani che hanno scelto la piazza, l’unità sindacale, la casa del popolo invece dello studio patinato. Un’intera generazione musicale che ha rifiutato l’industria culturale nordamericana per fedeltà a qualcosa di più di un primo posto in classifica. Novellara non è Santiago. Ma il gesto, restare fuori dal tempio del mercato, è lo stesso identico atto di dignità.

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