di Federica Cannas
C’è una lettera che Manfredi Borsellino ha scritto al padre anni dopo via D’Amelio, poi raccolta nel volume “Era d’estate” curato da Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi, in cui racconta di essere diventato un dirigente di polizia che nel suo piccolo serve lo Stato e i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande, faceva suo padre. Dice di aver sempre saputo cosa Paolo Borsellino non avrebbe voluto. Che i figli si trasformassero in familiari superstiti di una vittima, che si facessero largo con un cognome diventato pesante, che in qualche modo sfruttassero quel legame di sangue. Non è successo. Sono rimasti, sono parole sue, con i piedi per terra. Ed è lì, in quella eredità silenziosa passata da un padre a un figlio prima ancora che alla collettività, che si misura la statura reale di un uomo che la retorica ha poi trasformato in icona.
Il 19 luglio a Palermo l’aria è già calda alle otto del mattino, e in via D’Amelio, ogni anno, qualcuno arriva prima degli altri per posare un fiore prima che cominci la fila delle autorità. È un rito che si ripete identico da trentaquattro anni, con gli stessi discorsi, la stessa retorica. Ma Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti facendo, ogni giorno, un lavoro, ed è in quella dimensione, non nella liturgia della commemorazione, che va cercato ciò che li ha resi diversi da tanti loro colleghi.
Falcone diceva di fare, a fine mese, un esame di coscienza quando riceveva lo stipendio, chiedendosi se se lo fosse guadagnato davvero. È il pensiero di un funzionario dello Stato che misura se stesso non sulla propria immagine ma sul proprio dovere compiuto, in silenzio, senza platea. Lo stesso vale per Borsellino, che ricordava una frase del collega Ninnì Cassarà, ucciso nel 1985, mentre si recavano insieme sul luogo di un altro omicidio. Bisognava convincersi di essere ormai cadaveri che camminano. La descrizione lucida di una condizione accettata per continuare comunque a lavorare, senza fughe e senza clamore.
Erano entrati nell’ufficio istruzione di Palermo in anni in cui occuparsi di mafia significava restare soli. Borsellino lo ha raccontato più volte. La lotta a Cosa Nostra era stata delegata a pochi magistrati e a poche forze dell’ordine, mentre il resto delle istituzioni si guardava bene dal turbare equilibri consolidati. In quella solitudine istituzionale, i due non hanno cercato visibilità, non hanno costruito un’immagine pubblica per proteggersi. Hanno semplicemente prodotto un metodo di lavoro nuovo, fatto di verifiche incrociate, di conti in banca controllati riga per riga, di una pazienza burocratica che è l’esatto opposto dell’eroismo mediatico che poi altri avrebbero cucito loro addosso.
Giovanni Falcone lo ripeteva a chi gli chiedeva conto del proprio coraggio. Non conta stabilire se si ha paura, conta saperci convivere senza farsene condizionare, perché altrimenti quella non è più prudenza ma incoscienza. È una distinzione sottile e per nulla eroica. È l’etica di chi fa un mestiere pericoloso e non vuole né negare la paura né esserne paralizzato. Borsellino, nell’ultima intervista pubblica prima di morire, disse di non temere la propria morte quanto l’idea che potesse rivelarsi inutile. Ancora una volta il baricentro non è sulla persona ma sul senso del lavoro fatto, sul dovere morale di portarlo avanti insieme a tanti altri, senza lasciarsi condizionare dal prezzo che sarebbe potuto costare.
Tra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 ci sono cinquantasette giorni in cui Borsellino ha continuato a lavorare sapendo di essere il prossimo. Ha continuato a raccogliere testimonianze, a scrivere, a correre, sono parole sue, contro il tempo per arrivare alla verità prima di essere fermato. È in questo scarto tra la dimensione pubblica dell’antimafia, oggi spesso ridotta a citazione su un muro o a slogan di circostanza, e la dimensione reale di due funzionari dello Stato che facevano il proprio lavoro fino in fondo, che si misura la distanza tra il simbolo e l’uomo.
Restituire questa distanza, oggi, significa riconoscere che la prima eredità di una vita così non è pubblica ma privata. È quella lasciata a chi quella vita l’ha vista da vicino, prima che diventasse materia di libri e di anniversari. Manfredi Borsellino chiude la sua lettera con una frase che vale più di ogni retorica sull’antimafia. “Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere”. Un padre che ha insegnato a un figlio come si sta al mondo, e un figlio che, trent’anni dopo, glielo restituisce con la stessa sobrietà con cui quell’insegnamento gli era stato dato.
e poi scegli l'opzione