di Federica Cannas 

No, non lo era. E questa è l’unica cosa semplice che c’è da dire. Tutto il resto è complicato, potente, come succede sempre quando un libro scritto quattrocento anni fa continua a disturbare.

Miguel de Cervantes pubblica la prima parte del Don Chisciotte nel 1605. Siamo nell’età d’oro spagnola, nel pieno della Controriforma e dell’Inquisizione. Cervantes conosce bene la durezza del mondo, è stato soldato, ha perso l’uso della mano sinistra a Lepanto, è stato schiavo per cinque anni ad Algeri, è finito in prigione due volte. È un uomo che ha visto cosa fa la storia agli esseri umani.

Eppure crea un personaggio che molti hanno frainteso per secoli.

Il problema con Don Chisciotte è che lo troviamo simpatico nel posto sbagliato.

Gli ridiamo addosso, certo. È parte del gioco e Cervantes lo sa, lo vuole, ci costruisce sopra una delle architetture comiche più sofisticate della letteratura occidentale. L’hidalgo Alonso Quijano, cinquant’anni, magro, secco, con un nome che cambia a seconda di chi lo racconta, si convince di essere un cavaliere errante. Prende un vecchio cavallo spelacchiato, gli dà il nome pomposo di Ronzinante. Sceglie una dama, Dulcinea del Toboso, che nella realtà è una contadina probabilmente del tutto ignara di esistere nella mente di qualcuno. Si fabbrica un elmo con una bacinella da barbiere.

E parte.

Attacca i mulini a vento convinto che siano giganti. Libera dei galeotti condannati ai remi che poi, da uomini liberi, lo prendono a sassate. Si batte contro un gregge di pecore, scambiandolo per un esercito nemico. Viene bastonato con regolare frequenza.

La comicità è innegabile. Ma Cervantes era troppo intelligente per fermarsi lì.

Il Don Chisciotte è il primo grande romanzo moderno, e lo è proprio perché contiene qualcosa che la letteratura medievale, con i suoi eroi monolitici e le sue certezze morali granitiche, non poteva contenere, ossia il dubbio. La contraddizione. La distanza vertiginosa tra come le cose sono e come potrebbero essere.

Don Chisciotte non è pazzo nel senso clinico. È un uomo che ha letto troppo, troppi romanzi cavallereschi, troppi racconti di nobiltà e onore e giustizia, e ha commesso l’errore fatale di prenderli sul serio. Ha creduto che quei valori valessero davvero e che applicarli al mondo reale fosse possibile. Che proteggere i deboli, sfidare i prepotenti, difendere i perseguitati fossero azioni concrete e non decorazioni letterarie.

Il mondo, nel romanzo, lo punisce per questo.

Sistematicamente. Metodicamente. Con grande varietà di strumenti.

Ma c’è una scena che vale più di tutte le altre.

Nel capitolo XXII della prima parte, Don Chisciotte incontra una catena di galeotti, uomini incatenati, condotti a forza alle galere del re. Li interroga uno a uno. Ascolta le loro storie. Furto, mezzaneria, stregoneria, reati veri, reati dubbi, reati che erano soprattutto reati di essere poveri nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Don Chisciotte ascolta le loro storie e poi agisce. Chiede alle guardie di lasciarli andare. Le guardie rifiutano. E lui li libera comunque, attaccando le guardie e scompaginando la catena.

Prima di farlo dice a Sancho, che lo implora di non impicciarsi, perché quella è giustizia del re, una cosa semplice e dirompente, che quella è gente che cammina per forza e non di sua volontà. E questo, per Don Chisciotte, è sufficiente. E libera i galeotti.

È un atto politicamente ridicolo e moralmente limpido.

Sancho Panza, il servo pratico, il realista, la voce del buon senso, glielo aveva detto “questi sono criminali condannati dalla giustizia. Non è affar tuo”. 

Don Chisciotte risponde, in sostanza, che la giustizia degli uomini non coincide sempre con la giustizia.

Questa è la frase che Cervantes mette in bocca a un folle.

È curioso, e non troppo innocente, che nel linguaggio corrente “utopico” significhi “impossibile”, “ingenuo”, “da non prendere sul serio”. Come se la storia fosse sempre stata così com’è. Come se le cose che oggi diamo per scontate, quali il suffragio universale, la giornata lavorativa di otto ore, l’istruzione pubblica, la pensione, il diritto di sciopero, fossero piovute dal cielo per gentile concessione dei potenti.

Non è andata così.

Ognuna di quelle conquiste è stata, prima di diventare realtà, esattamente quello che oggi chiamiamo utopia. Qualcuno l’ha immaginata quando sembrava impossibile. Qualcuno l’ha difesa quando sembrava ridicola. Qualcuno ci ha rimesso la libertà, la reputazione, a volte la vita, nel momento in cui sembrava, appunto, una battaglia contro i mulini a vento.

Eduardo Galeano diceva che l’utopia è come l’orizzonte. Ti avvicini di due passi e lei arretra di due passi. A cosa serve, allora?

Serve a camminare.

Don Chisciotte non avrebbe trovato la metafora sbagliata. Anche lui sapeva, in qualche strato lucido della sua follia, che non avrebbe raddrizzato il mondo da solo. Continuava comunque. Cadeva. Si rialzava. Continuava.

Salvador Allende nelle sue ultime parole citava la storia, il popolo, le ampie alamedas. Ma c’è una parentela profonda tra chi sceglie di battersi per una società più giusta sapendo già che il rapporto di forze è impari, e quel vecchio hidalgo che parte all’alba su un cavallo stanco con una lancia consumata e la certezza, non ingenua, ma morale, che alcune cose non possono essere lasciate come stanno.

Il Centro Studi Salvador Allende porta il nome di un uomo che non ha ceduto. Che ha scelto, nel momento decisivo, di stare dalla parte che aveva ragione anche quando quella parte stava perdendo. 

È una forma molto esigente di lucidità.

Dunque Don Chisciotte era socialista? No. E sarebbe un anacronismo grossolano dirlo. Cervantes scrive quasi tre secoli prima che il movimento operaio moderno prenda forma, prima che Marx nasca, prima che la parola “socialismo” esista nel senso in cui la usiamo.

Ma Don Chisciotte è qualcosa di più preciso e più difficile da etichettare.

È un uomo che guarda il mondo e rifiuta di accettare che l’ingiustizia sia inevitabile.

Che vede nei mulini, nelle strutture di potere, nelle macchine del consenso, nelle architetture dell’oppressione, qualcosa che vale la pena sfidare, anche a costo del ridicolo. Che sceglie il gesto coerente sull’interesse calcolato.

Ogni generazione che ha provato a cambiare qualcosa porta dentro di sé un frammento di quella figura magra sulla strada polverosa della Mancia.

Non perché abbia vinto. I galeotti, una volta liberi, lo prendono a sassate e fuggono per i fatti loro. E anche questo Cervantes ce lo racconta, senza abbellire niente.

Ma perché di fronte a un uomo in catene non ha calcolato le conseguenze. Ha scelto.

Ed è quella scelta, non la vittoria, non l’eloquenza, non l’ideologia, la cosa più vicina a ciò che il Centro Studi Salvador Allende custodisce nel suo nome.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

SCARICA L'APP del Centro Studi Salvador Allende sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×