
di Federica Cannas
La prima vuelta presidenziale del 31 maggio 2026 è diventata la più partecipata della storia colombiana, con il 57,20% di affluenza: oltre 23 milioni di cittadini si sono recati alle urne. Il risultato fotografa un paese profondamente spaccato in due, con un margine strettissimo che rende il ballottaggio del 21 giugno del tutto aperto.
Abelardo de la Espriella ha ottenuto 10,3 milioni di voti, pari al 43,73%, mentre Iván Cepeda ha raggiunto i 9,7 milioni, il 40,91%. Tra i due candidati appena 665.000 voti di differenza, un margine che anticipa una campagna intensa nelle prossime tre settimane.
Nato il 24 ottobre 1962 a Bogotá, Iván Cepeda Castro è senatore, attivista per i diritti umani e studioso di filosofia. Ha trascorso decenni a denunciare le violazioni dei diritti umani in Colombia, i legami tra paramilitarismo e potere politico, le complicità tra narcotraffico e istituzioni. Fino alla fine del 2025 non era proiettato come il candidato principale della sinistra, ma da quando ha vinto la consultazione interna del Patto Storico ha dominato la campagna, con grandi eventi in piazza pubblica e poche interviste. È arrivato al voto come il candidato da battere.
Il suo programma punta a proseguire e approfondire il percorso iniziato da Gustavo Petro, primo governo di sinistra della storia moderna colombiana. Cepeda propone una “pace con giustizia sociale” basata sul concetto di sicurezza umana, intervenendo sulle cause strutturali della violenza, disuguaglianza, povertà ed esclusione, e mantenendo la negoziazione con i gruppi armati.
Al momento del voto, accanto a lui c’erano i simboli del suo movimento. Il candidato del Patto Storico si è recato al seggio nel quartiere Kennedy di Bogotá insieme alla deputata María Fernanda Carrascal e ad altri dirigenti della campagna, accolto dall’entusiasmo dei sostenitori. Carrascal, voce giovane e combattiva della sinistra parlamentare, è uno dei volti più riconoscibili del sostegno a Cepeda tra le nuove generazioni.
De la Espriella è stato la grande sorpresa della prima vuelta, superando i 10 milioni di voti, un risultato migliore di tutti i sondaggi che lo collocavano stabilmente in seconda posizione dietro Cepeda. Avvocato penalista di 47 anni, nato a Bogotá il 31 luglio 1978 e cresciuto a Montería nella costa caraibica, fondatore del movimento Defensores de la Patria, non nasconde la sua ammirazione per Donald Trump, Nayib Bukele e l’ex presidente Álvaro Uribe. Propone una “sicurezza democratica 2.0”: offensiva militare per recuperare il controllo territoriale in novanta giorni, ripresa della fumigazione con glifosato, costruzione di sette carceri di massima sicurezza e rottura dei dialoghi con i gruppi armati che non rispettano gli accordi.
La campagna è stata attraversata da uno scandalo che ha sollevato interrogativi profondi sull’interferenza internazionale nei processi democratici latinoamericani. Una serie di audio filtrati attribuiti all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, graziato da Donald Trump dopo una condanna a 45 anni per narcotraffico negli USA, ha rivelato un presunto piano di influenza regionale che coinvolgerebbe figure vicine al presidente americano, i governi di Honduras e Argentina, e settori legati a Israele.
Petro ha denunciato pubblicamente un’operazione di disinformazione progettata per danneggiare la campagna di Cepeda, collegandola all’“Hondurasgate”: una cellula politica e mediatica del trumpismo, finanziata da strutture governative honduregne, destinata a destabilizzare i governi progressisti latinoamericani. La rete sarebbe stata finanziata con 350.000 dollari, con contributi del governo di Javier Milei e di Israele. L’obiettivo dichiarato sarebbe colpire mediáticamente i governi di sinistra in Colombia e in Messico.
Juan Orlando Hernández ha definito gli audio “falsi”, e alcuni media sottolineano che non è possibile verificarne l’autenticità in modo indipendente. Sul fronte della pressione americana diretta, Petro ha risposto anche alle dichiarazioni del senatore repubblicano Bernie Moreno, che era intervenuto pubblicamente sulle elezioni, difendendo la sovranità colombiana: “Né Noboa né Bernie insegnano a nessun colombiano chi ha torto o ragione. Siamo liberi.”
A urne chiuse, il presidente Gustavo Petro ha scosso il panorama politico con una dichiarazione esplosiva sul suo account X. Il capo di stato ha rifiutato i risultati preliminari del conteggio provvisorio, denunciando presunte irregolarità nel sistema di conteggio: “Il cosiddetto conteggio trasmesso non ha forza vincolante. I suoi dati non sono norma pubblica. Come presidente non accetto i risultati del preconteo della ditta privata dei fratelli Bautista, perché gli algoritmi del software di conteggio e scrutinio, che avrebbero dovuto restare invariati, nell’ultima settimana sono stati modificati tre volte, aggiungendo 800.000 documenti d’identità di persone che non figurano nel censimento elettorale ufficiale.” Petro ha affermato che esistono attualmente due censimenti: uno ufficiale e uno del software di conteggio, con 800.000 persone in più. Ha aggiunto che le urne già impugnate dimostrerebbero che “centinaia di migliaia di voti sono stati aggiunti senza l’esistenza di votanti”. Il presidente ha quindi precisato che gli unici risultati che riconoscerà saranno quelli emessi dalle commissioni scrutatrici dirette dai giudici della Repubblica.
Il ballottaggio si giocherà sui circa tre milioni di voti rimasti fuori dai due candidati principali. Il quadro delle alleanze si sta già delineando con chiarezza.
A destra, il blocco si consolida rapidamente. Paloma Valencia ha annunciato il suo sostegno ad Abelardo de la Espriella. Con la sua dichiarazione Valencia ha chiarito che l’obiettivo è “sconfiggere il neocomunismo”, evidenziando la narrativa ideologica che marcherà la parte finale della campagna. Anche María Fernanda Cabal, senatrice di punta del Centro Democrático, ha annunciato il suo appoggio a De la Espriella affermando: “Non possiamo lasciare che Petro e Cepeda continuino a governare questo paese.” Si tratta di un blocco coeso: uribismo, destra tradizionale e ultraconservatori marciano uniti.
Il problema per De la Espriella è che Valencia aveva ottenuto 3,2 milioni di voti nella consultazione di partito di marzo, mentre alle presidenziali ne ha raccolti appena 1,6 milioni, la metà. Segno che una parte del suo elettorato si è già spostata autonomamente verso de la Espriella al primo turno, oppure ha scelto di non votare.
Sul fronte progressista, la situazione è più articolata. Prima della prima vuelta, i candidati Luis Gilberto Murillo e Carlos Caicedo, entrambi di sinistra, si erano ritirati e avevano aderito alla candidatura di Cepeda, rafforzando il polo progressista fin dall’inizio. Per il ballottaggio, il grande interrogativo è il voto di centro: Sergio Fajardo ha ottenuto circa un milione di voti (4,25%), mentre Claudia López si è fermata appena sotto 1%. Fajardo ha dichiarato “non ci rassegniamo”, lasciando aperta la partita del suo posizionamento. È difficile che un candidato centrista e liberale come lui, che ha sempre tenuto le distanze dall’uribismo, appoggi apertamente De la Espriella. Il suo silenzio potrebbe favorire Cepeda, anche senza un endorsement esplicito.
La Colombia ha tre settimane per decidere se proseguire un percorso di trasformazione sociale che ha introdotto cambiamenti inediti nella storia recente del paese, oppure voltare pagina e affidarsi a un progetto politico radicalmente diverso, segnato dal ritorno di una destra dura sul piano della sicurezza, dei diritti e della gestione del conflitto sociale.
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