di Federica Cannas

C’è una notizia che stona in modo profondo, quasi insopportabile.

Una ONG israeliana, Shurat HaDin, porta Pedro Sánchez davanti alla Corte Penale Internazionale accusandolo di “crimini di guerra”.

Accade mentre Gaza continua a contare i morti. Ed è in questo scarto che la realtà assume una forma quasi kafkiana.

Secondo Shurat HaDin, la Spagna avrebbe autorizzato tra il 2024 e la metà del 2025 l’esportazione di componenti a duplice uso verso l’Iran, detonatori, esplosivi, macchinari di precisione, per un valore di circa 1,3 milioni di euro. Definire un’operazione commerciale “crimini di guerra” e portarla davanti alla stessa corte internazionale che dovrebbe giudicare le stragi di Gaza significa non solo distorcere il diritto internazionale, ma usarlo come clava contro chi osa dissentire. Vale la pena ricordare, se fosse ancora necessario, il contesto in cui questa denuncia arriva. Gaza è uno dei territori più bombardati della storia moderna. Oltre 50.000 civili palestinesi morti, secondo le stime delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie internazionali. Interi quartieri rasi al suolo. Ospedali colpiti ripetutamente. Una popolazione intrappolata senza vie di fuga, con accesso limitato o nullo a cibo, acqua, medicine. In questo scenario, un governo, quello spagnolo, ha avuto il coraggio di alzare la voce. E per questo viene trascinato in tribunale.

Il vero scandalo di questa vicenda non è tanto la denuncia in sé, quanto il ribaltamento morale e simbolico che rappresenta. Israele, attraverso i propri strumenti legali e diplomatici, si posiziona sistematicamente come vittima davanti alle corti internazionali, mentre sul campo compie un genocidio. Sono fatti documentati, non opinioni. La stessa CPI ha emesso mandati di arresto contro il premier Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato misure cautelari urgenti per prevenire atti genocidari a Gaza. Il relatore speciale ONU Francesca Albanese ha parlato esplicitamente di “genocidio in corso”. Amnesty International e Human Rights Watch hanno pubblicato rapporti dettagliati su crimini di guerra documentati. Israele ha risposto a tutto questo continuando a bombardare, ignorando le ordinanze, bloccando gli aiudi umanitari per settimane, usando la fame come strumento di pressione su una popolazione civile. Alcuni ministri del governo israeliano, con dichiarazioni pubbliche e registrate, hanno invocato la “nakba”, la pulizia etnica, lo svuotamento permanente di Gaza come obiettivi politici. Parole pronunciate davanti alle telecamere, senza conseguenze.

E Gaza, per quanto devastante, non è che una parte del quadro. Perché Israele non si è fermato ai confini di quel territorio martoriato. Il Libano ha subito una campagna militare che ha distrutto interi quartieri di Beirut e del sud del paese, ucciso migliaia di civili, ma soprattutto colpito duramente la popolazione civile libanese. L’assassinio mirato di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha rappresentato una delle operazioni più controverse degli ultimi decenni, celebrata in Israele come vittoria ma condannata da gran parte della comunità internazionale. Poi c’è l’Iran. Attacchi diretti sul territorio iraniano, un’escalation senza precedenti che ha portato il Medio Oriente sull’orlo di una guerra regionale aperta. Operazioni militari in Siria e pressione militare su Iraq e Yemen. Ovunque si guardi in quella regione, la mano israeliana, militare, intelligence, operazioni speciali, è presente, attiva, spesso letale. Israele non sta combattendo una guerra difensiva. Sta ridisegnando con la forza gli equilibri di un’intera regione, e lo sta facendo con l’ombrello diplomatico e militare degli Stati Uniti, nella sostanziale indifferenza dell’Europa.

In questo panorama desolante, la Spagna di Sánchez ha scelto una posizione netta. Insieme a Irlanda e Norvegia, Madrid ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel maggio 2024, atto politico di grande valore simbolico e concreto. Ha chiesto con forza un cessate il fuoco immediato. Ha sospeso le esportazioni di armi verso Israele. Ha dato voce, in sede europea e internazionale, a chi non ne aveva. Per tutto questo, invece di essere sostenuta e imitata dai partner europei, la Spagna si ritrova isolata e sotto attacco. Mentre la maggior parte dei governi dell’Unione Europea continua a barcamenarsi tra dichiarazioni di facciata e un sostegno diplomatico di fatto a Israele, Sánchez paga il prezzo del coraggio. Viene dipinto come fiancheggiatore del terrorismo, come nemico di Israele, e ora addirittura come criminale di guerra. Il messaggio intimidatorio implicito è cristallino: chi si azzarda a uscire dal coro pagherà un prezzo. Legale, diplomatico, reputazionale.

Shurat HaDin non è una ONG qualsiasi. È un’organizzazione con una storia lunga di battaglie legali aggressive. Lo dice apertamente nella propria missione. Nel corso degli anni ha intentato cause contro compagnie aeree, banche, governi, chiunque potesse essere considerato, direttamente o indirettamente, dannoso per gli interessi di Israele o utile ai suoi avversari. Presentare una denuncia alla CPI contro Sánchez non ha probabilità realistiche di successo giuridico. Non è questo il punto. Il punto è occupare il dibattito pubblico, generare titoli, equiparare simbolicamente il governo spagnolo ai nemici di Israele, e soprattutto lanciare un segnale agli altri governi europei che potrebbero essere tentati di seguire la strada di Madrid. Il diritto internazionale, strumento nato per proteggere i deboli dai potenti, viene rovesciato e usato dai potenti per mettere a tacere chi parla in nome dei deboli.

Dov’è l’Europa? Dov’è quella stessa Europa che ha costruito la propria identità post-bellica sui principi di “mai più”, sulla memoria dell’Olocausto, sulla centralità dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario? Oggi quella stessa Europa assiste in silenzio, o quasi, alla distruzione sistematica di Gaza. Guarda le immagini di bambini estratti dalle macerie, di famiglie intere cancellate, di una popolazione ridotta alla fame, senza diritti, e trova sempre una ragione per non agire, per non condannare con forza, per non imporre sanzioni. La realpolitik, gli equilibri atlantici, la paura di essere accusati di antisemitismo, etichetta ormai brandita come scudo contro qualsiasi critica alle politiche israeliane, tutto concorre a produrre un’impotenza morale collettiva che è essa stessa una forma di complicità. Nel frattempo, chi come Sánchez sceglie di non stare in silenzio viene lasciato solo. Peggio, viene attaccato.

C’è una stanchezza profonda nel dover spiegare ancora, ancora, ancora, perché quello che accade a Gaza è inaccettabile. Nel dover contrastare ogni distorsione narrativa, ogni capovolgimento della realtà, ogni uso strumentale del linguaggio giuridico. Ma finché esistono governi come quello spagnolo che non si arrendono, finché esistono giuristi, giornalisti, medici e cittadini comuni che documentano e testimoniano, qualcosa di umano resiste. La denuncia contro Sánchez è l’ennesima dimostrazione che in questo conflitto nulla è lasciato al caso, nemmeno il linguaggio, nemmeno il diritto, nemmeno la verità. Tutto viene piegato, strumentalizzato, rovesciato. Riconoscerlo, dirlo ad alta voce, rifiutarsi di normalizzarlo, forse è l’unica forma di resistenza che ci resta.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

SCARICA L'APP del Centro Studi Salvador Allende sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×