di Federica Cannas
Chi oggi si stupisce davanti alle immagini di Ceuta dovrebbe sapere che già nel 1987 Bettino Craxi, al Forum “L’Europa e il Maghreb”, pronunciò parole profetiche. “Dobbiamo sapere che nella riva sud del Mediterraneo queste popolazioni sono soggette ad un tasso di incremento demografico che è ancora molto alto. Sono iniziate correnti emigratorie e migratorie che, in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva sud del Mediterraneo, sono destinate a gonfiarsi in maniera impressionante. E saranno delle tendenze inarrestabili e incontrollabili. Paesi con popolazioni giovanissime che naturalmente vanno verso le luci della città, se noi non accenderemo le luci in quei Paesi”. Tre anni dopo, nel 1990, mentre il Parlamento discuteva quella che sarebbe diventata la legge Martelli, quella stessa lucidità tornava nel dibattito pubblico. Bisognava regolare il flusso immigratorio nelle forme più idonee, avendo ben chiaro che la trasmigrazione dal sud al nord sarebbe continuata, pena il fare del male agli immigrati e a noi stessi. In quegli anni gli sbarchi erano ancora un fenomeno marginale, un’eco lontana. Craxi, del resto, non guardava alla questione da profano. Proprio in quel periodo il segretario generale dell’ONU Pérez de Cuéllar lo aveva nominato suo rappresentante personale per i problemi dell’indebitamento del Terzo Mondo, un incarico che gli dava accesso diretto ai meccanismi degli squilibri Nord-Sud che avrebbero alimentato le migrazioni future.
Nello stesso solco, il 3 luglio 1992, nel pieno della bufera di Tangentopoli, Craxi chiedeva alla Camera, nel suo ultimo grande discorso da segretario del PSI, un’Europa capace di una vera apertura verso il mondo più povero che preme alle porte, perché senza un acceleratore che lo faccia uscire da depressione, stagnazione e sottosviluppo, le ondate migratorie sarebbero diventate sempre più incontrollabili. Non era solo, in questa lucidità. Anche Giulio Andreotti, dai palchi di Rimini, parlava già nel 1991 di milioni di persone pronte a sfondare i confini d’Europa se il continente non avesse investito nello sviluppo del Nord Africa.
Chi liquida oggi Craxi come il simbolo della corruzione della Prima Repubblica dovrebbe fare i conti con questo scarto. Già nel 1987, mentre la politica italiana non aveva ancora un vocabolario per il fenomeno, lui, con un mandato ONU che lo metteva a diretto contatto con i dossier sullo sviluppo del Terzo mondo, parlava già delle migrazioni nei termini in cui la geografia e la demografia le avrebbero imposte. Una trasformazione strutturale, non un’emergenza di stagione.
Le immagini che arrivano da Ceuta in queste ore sembrano scritte apposta per confermarlo. Migliaia di persone hanno attraversato in poche ore il confine tra Marocco e Spagna, molte a nuoto, aggirando la diga frangiflutti del Tarajal. Una valanga di uomini, donne incinte, ragazzi, persone disabili, che ha cambiato il volto della città in poche ore. Le autorità spagnole hanno mobilitato l’esercito, mentre a Roma si valuta la sospensione di Schengen con Madrid. Non è la prima volta. La scena riporta all’incubo del maggio 2021, quando oltre ottomila persone entrarono nell’enclave in appena quarantotto ore. Le autorità marocchine hanno attribuito l’ondata all’azione di reti criminali di trafficanti, mentre Madrid e Rabat hanno concordato il rimpatrio rapido di chi ha varcato illegalmente il confine, compresi i minori. Un dettaglio che mostra quanto la gestione resti ancora oggi prigioniera della logica del contenimento, la stessa che Craxi, quasi quarant’anni fa, indicava come destinata al fallimento.
Craxi non parlava certamente di Ceuta. Ma parlava esattamente di questo. Le “luci della città” che nel 1987 descriveva come calamita inevitabile sono le stesse che oggi, viste dal Marocco, spingono migliaia di persone a nuotare fino a un frangiflutti spagnolo. Trentanove anni dopo, l’argine cede ancora, nello stesso punto geografico, con la stessa dinamica che lui aveva già decifrato.
La domanda che allora si poneva, e che oggi torna con urgenza, non è se le migrazioni si possano fermare. Non si fermano. Sono un fenomeno strutturale legato a uno squilibrio demografico ed economico che nessuna barriera fisica può annullare, per quanto alta la si costruisca o per quanti droni e cannoni ad acqua si schierino sulla spiaggia del Tarajal. La domanda vera è come si possa governare ciò che non si può bloccare, invece di limitarsi a contenerlo ogni volta che deborda.
La prima strada è quella che Craxi indicava con un’immagine semplice e mai smentita dai fatti, ossia accendere le luci nei paesi da cui si parte, invece di limitarsi a sorvegliare i confini di chi arriva. Non aiuti simbolici né cooperazione di facciata, ma investimenti reali capaci di generare lavoro sulla sponda sud del Mediterraneo, perché finché un’ora di volo o una notte a nuoto separeranno la miseria dalla ricchezza, quella distanza continuerà a essere colmata, con o senza permesso. È la stessa intuizione che, per altre vie, muoveva il suo impegno al fianco delle Nazioni Unite sui debiti del Terzo mondo: la convinzione che la sicurezza dell’Europa si costruisca fuori dai propri confini, non dentro.
La seconda strada è la costruzione di canali di ingresso regolari, proporzionati al reale fabbisogno di manodopera delle economie europee. Un flusso legale, prevedibile e programmato toglie ossigeno ai trafficanti e trasforma un evento traumatico come quello di Ceuta in un dato amministrativo gestibile, invece che in un’emergenza che si ripresenta identica ogni pochi anni, sempre colta di sorpresa da chi dovrebbe governarla.
La terza è una cooperazione con i paesi di transito costruita su basi stabili, non ricattabili dagli equilibri diplomatici del momento. Le crisi di Ceuta, quella del 2021 come quella di questi giorni, nascono anche da questo. Frontiere la cui tenuta dipende dalla volontà politica di un solo governo vicino, pronto ad allentarle o stringerle a seconda delle proprie convenienze. Un’Europa che avesse davvero fatto propria la lezione di Craxi non affiderebbe la propria sicurezza a un simile ricatto strutturale.
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